'Lettera spedita a (e ricevuta da) Giulio Turcato'
- Giuseppe Marchiori
Penso all'anno in cui tu hai dipinto «Comizio» e «Rivolta»: era il 1946. Una data indimenticabile per te e per tanti, che hanno creduto in certi ideali, senza ricorrere alle classificazioni care a molti storici d'oggi, diligenti nella ricerca dei « documenti », ma troppo spesso lontani dallo spirito necessario per interpretarli rettamente.

Allora tu avevi scelto con impetuosa spregiudicatezza l'avventura, assecondando la tua volontà di ribelle, che ti accomunava ai sodalizi più discordi, dal «Fronte nuovo delle arti» a «Forma I». Eri, come si diceva allora una «presenza» necessaria per rianimare con la ricchezza delle idee e delle contraddizioni i gruppi che si andavano formando, da Venezia a Roma, e che interpretavano in modi completamente diversi i problemi dell'avanguardia europea.

Si era ormai ben lontani dalla composita comunità di «Corrente»: si tentavano altre vie, dopo gli entusiasmi per «Guernica» e per lo stile picassiano culminante nella «Pesca notturna ad Antibes», e tu eri fra quelli che rischia-vano di più, amico di tutti, ma imperterrito nella ricerca anticonvenzionale, che impediva d'inquadrarti in un'unica direzione. Non si trattava, come qualcuno poteva supporre, di eclettismo, ma di curiosità inesauribile: la molla segreta del continuo peregrinare tra le infinite possibilità offerte alla tua fantasia dal fervore creativo di un momento storico, iniziato con Pollock e che assumeva gli aspetti tipici dell'americanismo dai mille volti.

Tu hai combattuto tutte le battaglie di allora ( per il « Fronte » e per l'astrattismo, poiché il dilemma non esisteva nella tua poetica d'indipendente). Così, dopo quasi trent'anni, la tua «fretta» ardimentosa appare sotto l'aspetto più autentico della passione, della partecipazione, dell'impegno, come elementi di un'esperienza persino ossessiva, impostata sull'estro, sulla improvvisazione geniale.

Ti rivedo com'eri, quando t'incontravo a tarda notte, mentre camminavi rasente i muri di Piazza di Spagna o di via del Babuino, col baschetto infilato sulla nuca e col volto pallido dagli occhi ardenti, seminascosto dal bavero alzato dell'impermeabile scuro. E ti piaceva parlare, parlare magari fino all'alba, seguendo il filo, noto a te solo, di un discorso fatto di pensieri improvvisi, che sembravano nascere da una fantastica scatola magica.

Ma perché ti scrivo, pensando al passato, rivedendoti sullo schermo della me-moria fedele, come se avessi davvero trent'anni di meno ? Non è certo per rimpiangere il nostro « tempo perduto » o per divagare, allontanando l'immagine di una realtà, che ormai non ci appartiene più, anche se l'abbiamo intensamente ( e talora, disperatamente) vissuta. Non so quando hai detto una frase che mi ha colpito e che è forse la ragione segreta della mia lettera, affidata al caso, il più sicuro dei postini, se dobbiamo credere ai messaggi chiusi nelle bottiglie, sempre arrivati a destinazione, in tanti libri d'avventure della letteratura romantica. La frase è questa: «Il mio gesto di colorire è tale e quale io sono e così io mi posso identificare nel quadro e gli altri si identificano in quello che ho espresso».

La molteplicità dei tuoi gesti, sempre rinnovati nel corso del tempo, rivela la impossibilità di fissarti, anche oggi, dentro uno schema, continuamente superato dal tuo slancio vitale. E allora ? La tua vita come la tua arte si definisce nella continuità di una visione dominata dal colore, inventato davvero « gioiosamente ». Non è questo, forse, il migliore degli elogi ? E non è forse, anche, una semplice verità ? Tuo, Giuseppe Marchiori

Giuseppe Marchiori, Lettera spedita a (e ricevuta da) Giulio Turcato in Giulio Turcato, catalogo mostra, 22 agosto - 20 settembre 1974, Circolo artistico Palazzo delle Prigioni Vecchie, Venezia, 1974