'Perché la pittura di Turcato è importante'
- Tommaso Trini
Nei numerosi testi critici scritti sull'opera trentennale di Giulio Turcato quasi sempre è' richiamata la figura dell'artista coi suoi modi di vivere e di lavorare, e qualche volta lo si dipinge come « personaggio » per troppa affettuosa familiarità. Soltanto evocando l'autore sembra possibile buttar luce sulla sua opera. È un fatto strano ma significativo. Strano perché Turcato, nonostante i crescenti amorosi apprezzamenti che lo circondano come artista e come uomo, resta il meno familiare degli artisti astratti italiani del dopoguerra; amato, ma non giusta-mente valutato ancora nella sua peculiarità storica. Significativo iÌ fatto lo è per Turcato e per tutti i pittori come lui che in sostanza identificano l'opera con l'artista non potendo identificarla con il mondo esterno, come vorrebbero; molti altri, illusoriamente, pretendono di non separare l'arte dalla vita; lui è semmai di quelli per cui, come ha detto un più giovane scultore americano altrettanto impegnato socialmente, « la vita non è che un anello tra l'arte e la politica ».

Hai messo troppa carne al fuoco... l'arte, la vita, la politica... Turcato come vi si muove, spiegati meglio.

Guarda che anche lui non scherza: sembra semplice, ma è invece un pittore complesso. Turcato non ha principio -e non ha fine, oppure ne ha molti, il che richiede che si tiri un filo senza dimenticare gli altri. Si potrebbe cominciare dal colore, tutti pescano da lì, perché lui, in fatto di colori, è un oceano nell'alba boreale... che straordinario colorista è Turcato!... certo che lo è, ma mica puoi ridurlo al suo oceano, lui sui colori ci viaggia, e vorrei capire dove va... Ridurre Turcato a genio colorista equivarrebbe a dire che Marconi era un genio degli aquiloni poiché si occupava di onde hertziane, invece ha inventato, oltre al telegrafo senza fili, anche la radio... Eppoi osserva le stranezze temporali che legano le opere esposte in questa mostra al Nuovo Sagittario a Milano, e che intreccia-no anzi l'intera mappa della sua opera dal 1940 a oggi, come si poteva ancor meglio rilevare lungo le sale della sua recente grande esposizione, al Palazzo delle Esposizioni a Roma, ma è stato rilevato?... dico, il suo senso ciclico del tempo. In questa mostra trovi splendide superfici di luce degli inizi anni '50 che sembrano dipinte oggi e rimandano a quadri recenti; vedi gli ultimissimi vivacissimi tondi tra il segno e l'ideogramma che riprendono gli spunti « cinesi » del '56, e così via. Nessuno ha mai parlato dell'esperienza del tempo nell'arte di Turcato, eppure è così inusitata, co-si diversa, che la diresti fondamentale.
Allora, ricapitolando, premetto che la pittura di Turcato richiede di essere discussa in relazione alla storia tutta dell'astrattismo e non di qualche suo dettaglio formale, se c'interessa afferrarne la vera sostanza e non soltanto «degustar-la». Tanto più oggi in cui la storia dell'arte moderna e in particolare il suo subcontinente «astrattista» sono investiti da crisi e riesami profondi. lo credo che Turcato possa riorientarci. Un esempio, per cominciare, che è poi una banale metafora. La storia ha i suoi alti e i suoi bassi come un volo il suo apogeo e perigeo. Mondrian o Pollock, mettiamo, hanno stabilito dei nuovi apogei, i geni volano solo alto, son fatti così... dei bassi della storia non ci occupiamo mai, sebbene siano quotidiani, per questo il senso della storia ci sfugge così spesso... Ecco, Turcato è uno dei pochi che va dall'apogeo al perigeo e viceversa — e lo dà a vedere, questo è, il colmo. Anche Pollock o Malevic, poniamo ancora, hanno visto il fondo fino a morirne, ma non l'hanno accettato o non lo hanno dato a vedere. Chi gira l'intero giro della ruota della storia, come Turcato, è più paziente perché è più vicino alla verità, ma anche più infelice perché non avanza. Ora, come tu sai, stanno ancora tutti correndo...

Racconta, cosa c'è che non va più nella storia dell'arte moderna o, come dici tu, nel subcontinente dell'astrazione.

Astrattismo, prego. L'astrazione è propria del pensiero, balia del linguaggio, mentre qui si tratta di un tratto di cammino della storia di questo secolo che si chiama appunto arte astratta, e che ha infinite facce, da Mondrian ai concettuali, direi, ben oltre la vecchia contrapposizione tra astratti e figurativi... Così come si è storicamente costituita dall'inizio del secolo, l'arte astratta ha sancito una grande rivoluzione che non si è mai liberata però di alcune tare controrivoluzionarie. Schematizzerei così. Invece di rappresentare illusivamente i fenomeni del mondo esterno quali si vedono, l'astrattismo ha sancito la necessità di presentare nel modo più diretto possibile, in varie direzioni, la realtà, compresa la realtà della pittura, quale si sa attraverso la mente e lo spirito. È stata la definitiva irruzione del linguaggio particolare a ciascun individuo nei co-dici della comunicazione, quindi l'irruzione dell'io, dunque un viaggio negli spazi interiori... A ogni uomo il suo linguaggio, a ogni linguaggio una pittura diversa... Cominciano le difficoltà. Come in una irrefrenabile corsa agli ostacoli, l'astrattismo, in ogni suo protagonista che conta, ha ricercato delle barriere da abbattere e le ha troppo spesso trovate sul terreno tecnico-operativo, in termini formali di sviluppo visivo: l'uno costruisce i quadrati e l'altro osa i triangoli e le diagonali, l'uno canta i ritmi cromatici e l'altro simboleggia le energie del cosmo, l'uno tocca il fondo d'una direttrice di-pingendo un quadrato bianco sul bianco e l'altro dimostra che si può invece modulare il quadrato all'infinito e senza ripetizione, l'uno oltre-passa la tela con un buco e l'altro la sostituisce addirittura con un sacco... Un'epopea meravigliosa se noi potessimo concepire tutte le pitture di tutti gli astratti come un'unica tela a cui ognuno ha portato la propria soggettività. Invece la soggettività, impulso al viaggio tra l'inconscio e gli ostacoli alla conoscenza, si è impigliata nella com-petizione dell'individualismo che in nome del progresso porta a parcellizzare le espressioni diversificate di ognuno. L'individualismo ha battuto la soggettività. Ora, ciascun soggetto si sviluppa rispetto a se stesso, non evolve rispetto ad un altro soggetto; da qui l'errore di chi ha preteso che il suo quadro fosse un teatro dell'io un po' più evoluto del teatro dell'altro. Da qui anche l'attuale severa critica cui sono sottoposte le nozioni di avanguardia, di progresso in arte, di sviluppo nella ricerca e nella sperimentazione estetica. Il problema, oggi, sta diversamente... Esemplifico: il surrealismo ha inteso scendere negli spazi interiori dell'inconscio più d'ogni altra forma d'arte moderna, ma avvalendosi dell'impianto tradizionale della pittura coi suoi simboli espliciti, e magari inventando l'arte degli oggetti; ha usato codici già conosciuti per meglio occuparsi dello sconosciuto che fa l'incommensurabile complessità del soggetto. L'astrattismo non si è concesso alcuna facilitazione, ha voluto costruire nuovi codici, ma nella contraddizione che c'è e che resta irrisolta tra i processi di simbolizzazioni del soggetto e gli sviluppi formali del linguaggio del tempo. Bisogna riunire questi due poli.

Non che abbia capito molto, ma per tornare al nostro pittore. vuoi forse dire che Turcato ha risolto questa contraddizione?

Sì. Ma tieni conto che per ogni contraddizione superata se ne aprono altre. Turcato più di altri ha saputo identificare la complessità del suo « io » nell'indeterminata circolarità della pittura. Notava Carandente che lui fa accadere esattamente quel che è scritto in uno dei suoi molti rapsodici scritti: « Il mio gesto di colorire è tale quale io sono e così io mi posso identificare nel quadro e gli altri si identificano in quello che ho espresso ». Identificazione col quadro, non con una parte di esso: il colore, o il segno, o la forma, o il superamento del quadro... Ecco perché i suoi interpreti evocano sempre la figura di Turcato davanti alla sua opera, vi sono costretti... Ogni suo quadro od oggetto o scultura è una carta d'identità di Turcato, ma non per quella polizia di frontiera che sono gli storici e i critici. Grandi artisti hanno passato importanti frontiere... diciamo, Burri e Fontana... ma la gente tende a identificarli col loro passaporto: lui è quello dei sacchi, lui è quello dei buchi; come si fa a ridurgli così i vasti orizzonti? Di Turcato si può solo dire che lui è quello della pittura, la cui esperienza non ha barriere né corridoi da seguire, né tragici passi della Be-resina da valicare, né mete conquistate una volta per tutte. Al centro c'è il soggetto, e attorno gira circolarmente la pittura: l'ha addomesticata così.

Semplicemente dimentiche le sue battaglie ideali. Nel '47 partecipa alla redazione del manifesto di « Forma I », nel '49 s'impegna politicamente nel Nuovo Fronte delle Arti, nel '50 fa parte di un altro gruppo che si batte per l'avanguardia. ha lottato per sviluppare nuove Idee, ha detto di ricercare una nuova forma, ha dato dimensioni all'uso del colore e del segno, ha anticipato alcune tendenze, sperimentato ogni sorta di collage e superfici... E tu osi dire che Turcato non si sarebbe dibattuto nel fiume della storia, un po' controcorrente e un po' trascinato, come tanti?

Sì, a costo di sbagliare. Il modo di partecipare alla storia da parte di Mondrian fino a Kosuth è linearmente evolutivo, singolarizzato, avanguardistico, e si scontra contro le barriere frapposte alla conoscenza. Ma nota: non è stato questo il modo di Malevic, i cui ritratti simbolisti di signori e margravi degli ultimi anni della sua vita spiazzano il glorioso estremismo del suo « suprematismo », né il modo di Pollock, che all'ultimo voleva uscire dal groviglio informale verso la figurazione... L'astrattismo ho innumerevoli capovolgimenti di cui non capiamo ancora le ragioni. E comunque, il modo di Turcato di partecipare alla storia è circolarmente ripetitivo, generalizzato, non succu-be della contrapposizione tra avanguardia e tradizione; non si scontra con una barriera dato che poi dietro ce ne sarà sempre un'altra; le aggira l'una dopo l'altra, e per far questo non bisogna prendersi per una chiave che ha aperto una sola serratura. E poiché appunto sull'opera Turcato aleggia il sospetto (i critici vanno capiti per quel che tacciono e non per quel che dicono) che non abbia aperto serrature, fatto buchi, e oltrepassato il muro del suono, allora dico: meno male, lì è la sua diversità e la sua importanza.

Ma insomma deciditi a definire la sua diversità rispetto a chi e a che cosa, poi.

Turcato dipinge e pensa in modo tale che ci obbliga proprio a rivedere quel che crediamo di sapere della storia contemporanea e che non basta più nei suoi confronti e nei confronti di altre esperienze. Non credere che stia qui a cantare oh! quanto è diverso dagli altri geni dell'arte: per poco che siano artisti, son proprio tutti diversi... Piuttosto dico che l'insieme della pittura di Turcato sposta le grosse linee della nostra comprensione dell'insieme storico delle altre pitture. Se questo ha qualche importanza.

Affermi che Turcato non può essere riducibile a grande colorista e che i suoi colori sono solo un mezzo, perché?

Perché il colore di Turcato è sempre fuori misura e regola. Turcato fa un uso reale del colore, e un uso metaforico. Una volta ha scritto che il colore, assieme al segno, è la parte principale della pittura: ma solo nella misura in cui fuoriesce da ogni canone, e ciò avviene nei suoi quadri. L'uso reale è quello della presenza fisica, energetica, del colore che spregiudicatamente affascina ed inquieta, attira e sconvolge. L'uso metaforico sta nel com-portamento, con cui Turcato gioca il colore come sinonimo di massi-ma libertà. Per lui è un tema provocatorio, concordo con Carandente. Curiosa, questa sua affermazione: « La mia ricerca coloristica è orientata verso un nuovo colore, partendo dal principio che il marrone e l'amaranto sono due colori al di fuori dello spettro». È vero e non è vero. Non sono tra i colori costitutivi dello spettro, eppure emanano dallo spettro che contiene tutte le potenzialità del colore, mica vengono dallo spirito santo... Se omogeneizzate lo spettro viene fuori il bianco, se fate le opportune alchimìe e misture otterrete anche il marrone e l'amaranto... Eppoi, Turcato usa ben altri colori che questi, li distilla praticamente tutti.., roba da drogarsi! Se non si attiene al rosso al giallo al blu secondo le regole, preferendo toni e luci che vanno dall'equatoriale al boreale, è perché adora essere libero e provocatorio, per amore di una laica alchimia... non già un ingegnere concreto dei meccanismi cromatici.

Turcato è raffinato e « bricoleur » insieme. Lavora sulla superficie del quadro disteso orizzontalmente all'altezza delle sue mani. Vedi la differenza con Pollock che si piegava girando attorno alla tela distesa per terra, pertanto rifletteva il cielo come i disegni indiani sulla sabbia a cui l'artista si richiamava; e difatti la tela si riempiva di grovigli cosmici, copiava il cielo, ma restava uno specchio, e il cielo restava lontano... Il quadro di Turcato accumula solo l'energia che corre dalla mente alle mani di Turcato, e tra lui e i materiali che usa da tutte le latitudini. Se qualcosa rispecchia, è solo la coazione di dipingere e creare che, mi dicono, invade Turcato ovunque si trovi (eccomi anch'io a sviolinare sul « personaggio »)... Teniamoci ai fatti. L'estrema facilità e felicità con cui questi opera estremizza il colore (naturale, fosforescente, sempre ad alta temperatura verso l'alto o verso il basso) e si familiarizza con diversi tipi di superfici (tela, plastica, carta e legno) e ne trae immagini metaforicamente «esotiche» (superfici lunari, collages con monete, visi di sabbia, sagome oceaniche, campiture paesaggistiche, per non ricordare la notevole serie di spazi ambientali ed oggetti), tutto ciò testimonia una concreta esperienza di libertà. Colorare per Turcato vuoi dire agire per farci reagire: oltre che lui, la finalità della sua arte riguarda noi.

È vero che l'esperienza del tempo ha in lui tratti molto peculiari e una funzione importante?

Sì. Turcato dipinge per serie tematiche, ogni ciclo di opere naturalmente muta e scivola così mutata nel ciclo successivo, finché a di-stanza di anni una serie di lavori simile a una precedente ritorna in una nuova combinazione di temi ed idee. Non credo di conoscere un solo altro pittore astratto che abbia avuto altrettanta sicurezza nella sua arte, sì da sottrarla ai giudizi del mondo che vuole da un maestro lo stesso quadro immutabile o delle prove sempre diverse, e dunque farla crescere nella sua identità invece, come purtroppo succede a molti, di doverla alienare dalle sue più profonde ragioni. Manco a volerlo, Turcato riuscirebbe a fare un quadro uguale ad un altro; ma l'uno dopo l'altro si fondono tra loro in modo che nessuna delle vie potenzialmente aperte da un ciclo o da un tema, resti inesplorata. Prima o poi, il ritorno ciclico (la ripetizione nella differenza) conferma la verità di un'intuizione o la corregge. Questa peculiare attitudine di Turcato costituisce una sensibile trasgressione alle regole di molta storia contemporanea, dove si tende a procedere per rotture e superamenti continui, timorosi di guardare nuovamente indietro. La solidità centrale del soggetto che s'identifica con il quadro, con i quadri che s'avvicendano nel tempo, permette a Giulio Turcato di concepire la sua avventura creativa e la storia che la raccoglie con grande equilibrio. La visibilità dei suoi quadri è così intrigante e carica di sfida che, per osservarli, si è portati a retrocedere. Così sono retrocesso anch'io in queste vaste e forse troppo generali considerazioni: alla ricerca di punti di osservazioni nuovi per final-mente porsi a guardare gli inafferrabili quadri di Turcato.

Tommaso Trini, ‘Perché la pittura di Turcato è importante’, catalogo mostra, Galleria Nuovo Sagittario, Milano, 1975.