'Giulio Turcato'
- Emilio Villa
Ancora siamo chiamati a registrare l'ennesimo ragguaglio del mondo pittorico di Giulio Turcato, trepido, avventuroso atleta dello Spirito Sensitivo Minimo; e possiamo considerarci tutti pronti, per lungo esercizio e convivenza ideale, a guardare insieme queste tracce di irripetibili delizie: oracoli della solitudine, stigmate e brandelli di emblemi genitivi, musica sostenuta di invenzioni attonite e inventiva di una pronuncia minimale del delirio, segnali affacciati dalla nebula organica; scritti i frantumi della immobilità fluttuante, scritte le misure della intermittenza della Cecità del Sereno, che si battono come colombe; scritte le volute regressive di un oratorio terrorizzato, le irrigazioni del silenzio che nuota per le luci ghiacciate, aride, per luci fisiologiche ingenerate, e la misteriosa evocazione (misteriosissimo il colore che la incarna) di una altra impossibile prosciugata bruciata serenità. Tra irrequieti svincoli e dispersioni e sfumate del segnale, absidi e crateri di piccole nozioni misurate, nicchie e baratri puerili, caotiche macule e frastagli a snodi, sarmenti che un incendio di sangue provoca e consuma sulla soglia dell'Erebo personale, dell'Erebo erratico, nomadico, alla deriva, bave di fiammule, accensioni di diademi solubili, strappi nel folto della fermentazione illusoria e cieca colma come un finimondo puerile, arie scardinate confuse di una quotidianità espulsa, deiettata, crivellata e baciata.

I brevissimi circuiti di respirazione tracciano il ricordo (proliferazione) di orizzonti teneri e irrespirabili, macchie vuote che sono piccoli mausolei dell'assurdo e della veemenza. Tra fiato e nebbia inseparabilmente uniti in una sincrasi divincolata, in una grande larva esagitata, tenta l'impercettibile sorpresa, o il trasalimento della vita, l'ossessione di una progressiva ascesa nel seno dell'Aridità, e così disegna la sua intermittente galassia, la sua tenia-galassia, il verme superconduttore. Qui il colore, strumento emotivo, vigilia e vigilanza dell'essere senza pathos, emulazione dell'energia superna, cerca di veder luce nelle dimore segrete, appartate, del rischio e dell'ambiguo: riviere che si spezzano e si riannodano, che recingono ombre di tempi vaganti, di spazi morti, l'ostinazione protratta fino alla indeterminazione, l'incredibilità lunga e densa dì squarci assonnati, audaci compattezze, forze di gravità temperate e stemperate nei gioco sensorio, in bilico tra immagine esterna e un vacuum intimo, umbratile. Là dove il pittore cerca la struttura medesima della esasperazione, della vita che consuma e che si consuma irraggiando, e riverberando la disperata (non sperata) nozione della psiche, l'esercizio assoluto del risveglio e dell'abbandono, dell'ebbro e dell'assente. Questo spiega la pittura di Turcato, l'equilibrio nel dominio e nella regolamentazione dell'informe, il sistema semplice delle cicatrici nei campi dello omogeneo, il fervore nell'area della psicomachia, il vibrare e fermentare, sui fondali, delle cariche sprovvedute di segno, prive di segnale. Ogni quadro appare come mediazione tra evidenza grafica e audacissima emozione; ardore al di là degli ordini combinatori e delle giunture emblematiche, dove un popolo fitto (un campo, un accampo) di radici e radicali tende a scatenarsi, per svelarsi sensibilmente: fixatio del flusso e riflusso ottico, riconoscimento e ragguaglio di poteri non esplicabili nel senso dei sostantivi riconosciuti istituiti dal codice volgare, povero di sè e deperito, codice della reminescenza svagata. Cultore angosciato del fantastico sociale, nella sua operazione contradittoria Turcato nega e scalza la fantasia (quella fantasia che indulge al terrorismo imperante del potere) e attesta ancora, e solo, l'incertezza dei moti e delle loro remotissime fonti, e testimonia le sollecitazioni oscure della distruzione di sé dentro i contesti della inesausta cosmogonia. E così tenta la negazione del terrorismo economico, con un espediente puerile ma prepotente: contro sciami di luminosità grezze e torbide, su velluti di finti naufragi secchi, depone la moneta della assenza, della opinione irrisoria, il prezzo dei nulla, del nulla corroborante, la monetina di stagnola come semenza di tenerezze tribali, il rischio dell'assoluto inerme e dello spontaneo totale, consono alle superiori densità.

Bisognerà oggi che tutti noi, appassionati dell'opera di Giulio Turcato, e ogni appassionato della poesia, si cominci a considerare quest'opera come un immenso vitale diario in extenso, come un secretum, come un itenerarium mentis in, come un incessante tractatus, come una nuova iniziativa, qui imitatio sui, imitatici comlis, giusto da mettere al fianco delle grandi operazioni mistiche, a fianco della imitatio Christi di Tommaso da Kempis: cioè la clamorosa inquietante immedesimazione nella Ansia e nei Dominio Speculare dei Disorientato, lungo la catena degli cronemi, planctemi, antemi, anatemi, pleromemi, nevremi: gli inganni articolati dell'immagine delirata, dell'occasione pulsante, vene di Ragione assurda, prefigurazione e semplici germinazioni di idee totalmente allergiche al Sospetto Utilitario.

Emilio Villa, Giulio Turcato, catalogo mostra, Centro D'Arte La Barcaccia, Montecatini Terme, 1969