'Giulio Turcato'
- Lionello Venturi
Tutti sanno che Turcato è un pittore nato, che vive per dipingere e che sin dalla prima giovinezza non ha fatto altro che dipingere. Nel 1942-43 insegnò disegno in una scuola di avviamento professionale a Portogruaro, e dal 1953 è assistente alla cattedra di figura del liceo artistico di Roma. D'altra parte ha sempre trovato qualcuno che comprasse un suo quadro. Così vive. La sua posizione ufficiale e la sua rinomanza sono molto al di sotto del suo valore, anche perché egli è timido e indifferente a ogni pubblico riconoscimento, e malgrado abbia qualche momento difficile è contento della vita di bohème, la sola che egli consideri degna di un artista, perché più che libera è libertaria. Ma l'anarchia di Turcato è estremamente gentile, ha una cadenza veneziana, non saprebbe far male a una mosca, ed è così disinteressata che diventa essa stessa una opera d'arte.

Se poi si aggiunge ch'egli è capace di lavoro intenso, ma saltuario, talvolta largamente spaziato, si comprende come egli debba a se stesso i limiti della sua rinomanza e del valore stesso di alcuni periodi di lavoro. Gli ultimi due anni sono stati di ripresa, di attività intensa e felice. È proprio il momento di parlare di lui.

Una qualità essenziale di Turcato, che gli è riconosciuta dagli stessi compagni, per esempio da Corpora, è il suo senso della misura e la relativa mancanza assoluta di retorica. Quando Turcato si dedicò all'astrattismo puro non cadde nell'esperimento e nel gioco, proprio per l'impegno spontaneo nella sua pittura. Non gli veniva nemmeno in mente di porre una linea o un colore per mostrare la sua abilità anzi che per esprimere una emozione o indicare una idea o fare un’allusione poetica. La forza di Turcato consiste spesso nella sua rinuncia a “fare il quadro” pur di esprimere un momento della sua visione fantastica. Perciò le sue pitture apparvero e spesso furono incompiute, anche se autentiche come valori artistici; ma pochi ora come nel passato sono capaci di sottrarsi al pregiudizio della finitura.

Mi pare che ho raccolto qui anche troppe ragioni per intendere come la fama di Turcato sia al di sotto del suo valore: timidezza, indifferenza al pubblico riconoscimento, vita di bohème, lavoro intermittente, senso della misura, delicatezza e anche tenuità di ispirazione. Sono tutte ombre della luce che è l'autenticità artistica di Turcato.

Egli considera la sua arte completamente astratta. Distingue tre tipi di astrattismo, l'americano che vede rappresentato da Pollock, il francese, e l'europeo in cui preferisce Hartung. Poliakoff è per lui troppo romantico, Matta è troppo surrealista e Manessiep troppo legato all'impressionismo. Dei pittori italiani egli ha simpatia per Corpora, Vedova e Afro, e per i giovani Dova e Perilli.

Non s'interessa al costruttivismo di Mondrian, perché secondo Turcato un quadro è uno spazio carico d'emozione, senza centro e senza gli sportelli di un trittico. Trova che il surrealismo ha giovato, perché ha permesso al pensiero di snodarsi all'infuori di ogni tradizione letteraria. Ciò ch'egli chiede per dipingere è di avere un'emozione, che esorbiti dai limiti del quadro, e sia un impulso surrealista senza bisogno d'inconscio, capace non di dramma romantico ma di forma-colore. Secondo lui la pittura crea uno spazio in eterno moto, libero da ogni teoria, che giunge a trasformare e modificare la vita sempre relativa dei sentimenti.

Nato a Mantova nel 1912, Giulio Turcato ha caratteristiche veneziane perché è vissuto a Venezia nella sua giovinezza, vi ha studiato nel ginnasio e nel liceo artistico da cui ha ottenuto la maturità. Ha poi seguito un poco l'Accademia o piuttosto la scuola del nudo, prima di andare in Sicilia a fare il soldato tra il 1934 e il 1936.

Lasciata Venezia e andato a Milano, Turcato soffrì una lunga crisi, ch'egli chiama il suo « periodo nomade ». Ammalatosi passò per vari ospedali, sentì il bisogno della serietà della vita e del lavoro e si convinse della relatività dei risultati. « Negli ospedali c'è una grande varietà di ammalati ed è vario il loro modo di reagire alla morte. È vario ma nel complesso è abbastanza calmo. Tanto più di così non si può fare! Si possono solo trarre delle grandi osservazioni che, a seconda della natura dell'uomo, prendono aspetti diversi ».

Il « periodo nomade » fu molto lungo, dal '36 al '40, ma per fortuna fu interrotto di quando in quando. Fece allora delle prospettive architettoniche per l'architetto Muzio di Milano, fu a contatto col gruppo di Corrente ma non vi aderì. Egli stesso ha spiegato in Realismo (marzo-aprile 1955) come il riscatto culturale, l'aspirazione a trovare con-tatti con la Francia, il desiderio di rinnovamento morale non solo verso il fascismo ma anche verso tutta la generazione precedente, preparassero quel bisogno di riscatto che condusse alla « resistenza ». Turcato era insofferente sia della imperfezione culturale sia del «romanticismo puerile », anche dei migliori movimenti del tempo, per esempio di Corrente.

Nel 1940 tornò a Venezia. Una breve visita a Roma nel '41 e una più lunga dimora nel '43 furono le occasioni per cui diventò comunista e partecipò alla resistenza. Nel 1943 espose per la prima volta con (un gruppo alla Galleria dello Zodiaco a Roma. Arrivata la liberazione si trovò a dipingere paesaggi di tipo scuola romana, sotto l'influsso di Mafai, ma presto si orientò verso una specie di neocubismo, che apparve alla mostra della Galleria del Secolo alla fine del 1946, fatta in compagnia di Corpora, di Fazzini, di Guttuso e di Monachesi.

Al gruppo neocubista si opposero allora Stradone, Scialoja, Sadun e altri. Era il momento in cui l'orientamento dello stile diventava un problema che andava oltre la personalità. Turcato sentì il bisogno di andare a Parigi nel 1947 e subì il fascino del-l'astrattismo di Magnelli e poi di Kandinsky. Tornato a Roma partecipò al movimento Forma i in una mostra a via Margutta nel 1947 e poi alla Mostra d'arte astratta italiana promossa da Forma 1 alla Galleria di Roma nel 1948. Appunto in Forma 1 (aprile 1947) pubblicò un articolo «Crisi della pittura ». Dopo aver parlato del cubismo, del fauvismo e di Picasso, disse : « Quali rapporti esistono tra questi movimenti e la pittura italiana? Tali rapporti non sono stati ben chiariti. Secondo noi la pittura italiana si agitò ai margini di tali movimenti. E ancora non è riuscita a venire fuori da tale vicolo cieco. L’equivoco è stato nel credere che un linguaggio dettato da contenuti di altri tempi potesse essere continuamente rimodernato. Modernità invece (è) dettata da un nuovo modo di sentire e quindi espresso con forme del tutto nuove.”

« Si è caduti nell'equivoco novecentista, tanto nefasto ed ora si cercherebbe di farei cadere nell'equivoco del realismo. Quale realismo ? il realismo fu creato da Caravaggio in contrapposto al manierismo del suo tempo— Tale estetica cela gli stessi equivoci del primordialismo, del primitivismo di Carrà, ossia cerca di fare nuovamente valevole con una falsa verniciatura, una struttura che proviene ancora dall'Ottocento italiano... Si vorrebbe insomma tornare indietro quando nel resto del mondo si va cercando un nuovo stile che ancora non c'è. Tale equivoco coinvolge anche la giovane pittura milanese che ha. creduto di assolvere il suo compito adattando un picassismo espressionista ad un romanticismo lombardo. Per tali questioni si deve cercare nuovamente la forma. Naturalmente lo potrà fare chi è più cosciente e più vicino a ciò che si agita nel mondo, cioè l'artista che vede qualcosa davanti a sé e non un uomo clic ripiega continuamente per una sua struttura tarata da sentimentalismi e pietismi. Per questo riteniamo d'una certa importanza l'esperienza dei primi astrattisti anche se la nostra posizione è in direzione diversa ».

Vorrei che il lettore riflettesse che questo brano è stato scritto nel 1947 e che esso ha un valore profetico relativamente al successivo evolversi della pittura italiana. Coloro che hanno mantenuto un legame col « novecento », quelli che hanno voluto fare del realismo, o hanno aggiunto un pizzico di sentimento lombardo alle forme imitate da Picasso, hanno fallito il segno. Turcato capiva già nel 1947 la condizione storica della pittura in Italia e all'estero meglio di tante egregie persone molto più colte di lui. La questione è che per capire la storia della pittura, bisogna capire la pittura. E Turcato è pittore nato.

Dopo aver esposto insieme al Fronte nuovo delle arti nella Biennale di Venezia del 1948, Turcato si trovò davanti alla condanna dell'astrattismo per opera del comunismo al quale apparteneva. Questo ostacolo sorto proprio nel bel mezzo del suo cammino naturale non lo lasciò indifferente. Cercò anzi varie vie per trovare un accordo tra le sue convinzioni di uomo e di artista, cioè tentò la figurazione, il simbolismo, perfino il surrealismo. Ma la sua natura di artista prevalse. Era d'altronde abbastanza anarchico per disobbedire agli ordini superiori. Difese anche a pugni la sua libertà di fronte a Cagli e Guttuso. Non che Turcato rifiutasse di trattare temi sociali in cui credeva, come Comizio, Rivolta, Rovine di Varsavia, ma li rappresentava in forme astratte, distrutta la efficacia propagandistica, e cioè in un modo eretico.

Intanto ottenne una borsa per dimorare a lungo nel 1950 a Parigi, dove ritornò più volte. Altri viaggi compi in Germania e persino in Cina. Così che, a suo modo, egli domina il panorama dell'arte internazionale.



Lionvello Venturi, Pittori Italiani d'oggì (De Luca Editore: Roma) 1958, pp. 112 - 122