'Giulio Turcato nelle cronache d'arte (1968 - 1995)'
- Lorenza Trucchi
Turcato al “Ferro di cavallo"
Con una folta antologia di Giulio Turcato si è aperta, in via Ripetta 67, la nuova galleria “Al ferro di cavallo”. (…) In concomitanza con la mostra di Turcato, la rivista “Carte segrete” ha pubblicato il terzo volume della collana “Autoritratto”. La piccola monografia dedicata a Turcato raccoglie scritti di Murilo Mendes, Elio Mercuri e Carla Lonzi, ed alcuni brani tratti dai gustosissimi Soliloquia dello stesso pittore. In effetti un po’ tutta l’opera di Turcato è un eccitato ed estatico soliloquio, un mezzo tra i più diretti di registrazione degli altalenanti stati d’animo e dei mutevoli umori del pittore. Turcato è un personaggio piuttosto anomalo nel nostro ambiente artistico, spesso troppo conformista: un saggio, sia pure lunatico, che ha capovolto la tragedia in ironia e la melanconia in ilarità; un artista autonomo, nemico delle etichette critiche. La sua pittura, sempre attuale e talvolta anticipatrice, ha una felice immanenza. Una pittura tutta nervi, nemica di qualsiasi idealismo trascendente, discontinua ma libera; spesso perfetta, pur senza aspirare mai ad alcuna perfezione.
(“Momento sera”, 29 novembre 1968)

Turcato al “Capitello”
Al Capitello sono raccolte una ventina di opere di Giulio Turcato, datate tra il ’46 e il ’55. Una miniretrospettiva ma di notevole qualità, che permette di rivedere una parte del lavoro giovanile di questo pittore che, come ben osserva Cesare Vivaldi nella sua presentazione, “è tanto universalmente noto quanto, in realtà, sconosciuto”. Ecco dunque le figure ancora matissiane dell’immediato dopoguerra , seguite, già nel ’47, dalle prime composizioni astratte: sono gli anni della polemica partecipazione a Forma 1, ma anche dell’impegno del Fronte Nuovo delle Arti . Un impegno tuttavia che non va mai a discapito della libertà formale, che non baratta mai la fantasia e l’estro con la pressione o, forse meglio, con l’oppressione del contenuto obbligato. Così in quegli anni Turcato, pur legato politicamente all’estrema sinistra, sa rimanere indipendente dalle drastiche direttive di partito, alle quali tanti altri suoi colleghi sacrificano invece il meglio della loro personalità. Antillustrativo, antinaturalista, antirealista, Turcato riesce a fare tuttavia una pittura di idee, persino di ideologia; nascono così i Comizi, le Miniere, le Rovine di Varsavia e il ciclo dei Giardini di Miciurin e quello, indimenticabile, delle Mosche dell’epidemia, dove elementi informali vengono adattati a un tema di angosciante attualità quale fu la guerra di Corea. Una mostra dunque interessante, non solo per la qualità sempre felice della pittura di Turcato, ma per la lezione che, sia pure indirettamente, essa ci offre di libertà e di indipendenza intellettuale.
(“Momento sera”, 12 dicembre 1969)

Turcato al Palazzo delle Esposizioni
Con questa ampia mostra antologica di Giulio Turcato al Palazzo delle esposizioni, curata da Italo Mussa e da Giovanna Dalla Chiesa, l’Assessorato Antichità e Belle Arti del Comune intende riaprire un discorso da tempo interrotto con la vita artistica della città. Iniziativa lodevole in un momento di forte depressione psicologica e di pericoloso estraneamento dai fatti salienti della cultura, e scelta opportuna e felice. Turcato è infatti uno dei pittori meno discussi dalla critica e maggiormente seguiti dai giovani, oltreché un personaggio tra i più popolari e ben voluti del nostro pur difficile ambiente artistico.
Credo che ognuno di noi abbia rimproverato almeno una volta a Turcato di dipingere troppo, e di non selezionare abbastanza la propria produzione. Ebbene, questa esposizione, per quanto eccessivamente folta (più di trecento opere), e quindi, qua e là, inevitabilmente ripetitiva, prova quanto Turcato vada preso in blocco, nell’ottimo come nel meno buono, dal momento che proprio l’impossibilità a frenare il suo generoso ed eccedente estro pittorico è, alla fine, la conferma di una eccezionale e liberissima vitalità creativa. L’arte di Turcato nasce e cresce su se stessa, dalla pratica operativa, dal fare: non è progettata, non è censurata. La conoscenza, ossia l’illuminata chiarezza della visione, si manifesta nell’attimo stesso dell’esecuzione. Turcato è interamente nel presente, ed il presente è per lui non solo divenire ma essere. Dipingendo egli afferma e documenta la propria totale presenza nel mondo al quale, in tal modo, si dà e del quale, alla pari, partecipa. La sua pittura è dunque sempre un pegno ed un segno, una prova ed una testimonianza di vita, ma non nel senso esclusivamente fisico, gestuale, persino automatico, che al raptus del dipingere hanno dato i pittori dell’Action Painting, bensì in un senso più composito e profondo di una complessa, articolata istintualità che si manifesta, esprime e realizza solo attraverso un’attiva prassi creativa. La distinzione non sembri troppo sottile, persino capziosa, dato che in ultima analisi è una distinzione di civiltà o, se si preferisce, di radici culturali. Radici ampiamente ramificate, quelle del veneto ed europeo Turcato, che da Tintoretto a Tiepolo arrivano a Matisse, a Balla, a Miró, a Masson, mischiando in modo inscindibile le linfe già distillate e leggere di una tradizione, di una cultura, con quelle ancora contaminate, spesse, di una natura d’uomo tra i più complessi e bizzarri.
Fatta questa distinzione di fondo tra Turcato e molti informali, specialmente americani, assai più cupamente legati ad un loro esasperato, spesso angoscioso hic et nunc, si capisce come la pittura del nostro artista, pur direttamente partecipandone, sia tuttavia un po’ fuori dall’area dell’Action Painting o da altre possibili aree.
L’avventura pittorica di Turcato, tanto lieve e tanto intensa, tanto ricca e così poco doviziosa, è dunque soprattutto legata all’istinto (del quale abbiamo visto le due facce congiunte: la culturale e la genetica) e, come tale, ci appare nel suo iter pur sussultorio e dilapidato (niente è più dilapidabile dell’istinto) di una assoluta fedeltà, sino quasi alla monotonia, ed anche questo è logico, dato che si possono cambiare le nostre idee ma non i nostri istinti. Non a caso solo i pittori di puro intelletto sono capaci di capovolgere di continuo la loro pelle che non è attaccata alla carne e al sangue ma è un vestito che copre le strutture artificiali, sia pure talvolta eccelse, delle idee. Questa mostra che si vede, meglio, che si gode in un’unica corsa, fa dunque apparire il dilapidatore Turcato come il nostro pittore più fedele a se stesso, pur nella pratica costante di una conclamata libertà di atteggiamenti. Da qui la inutilità di troppe scelte e di rigide classifiche in periodi. Ciò non toglie, ovviamente, che nell’arco febbrile di trent’anni di lavoro si possano indicare alcune oscillazioni linguistiche e fare alcune importanti verifiche. Ecco allora sul finire degli anni Quaranta, allorché ormai abbandonata la figurazione in chiave matissiana (non sufficientemente documentata in questa mostra) Turcato entra, con l’adesione a Forma Uno (1947) nel vivo della poetica astratta, la splendida stagione dell’impegno politico. E’ il momento dei Comizi, opere, alla pari, di avanguardia e di fede, che avrebbero potuto cambiare il corso dell’arte impegnata e non solo in Italia, orientatosi invece, dopo la rigida presa di posizione di Togliatti, verso il più retrivo neorealismo. Fu un colpo duro per Turcato, e la cicatrice ancora è rimasta, se è vero che proprio da quell’amaro scoramento prese poi le mosse un certo suo atteggiamento scettico, cinico persino, che talvolta ne deforma il candido, naturale ottimismo di fondo. .
Altro periodo, quello della pittura segnica e bacillare ispirata alla Corea (1952-53): una personalissima, acuta rilettura di Kandinsky e Miró, che poco più tardi, durante un viaggio in Cina, troverà una stimolante conferma attraverso un nuovo interesse per l’ideogramma.
Altro fulcro, quello del recupero materico, spesso accoppiato ad una ricerca sulle superfici: non solo, quindi l’immissione di pillole tranquillanti, di carta moneta, di medaglie, nel contesto pittorico (parodia non polemica ma scanzonata in clima di revival dadaista), ma la serie “piena di meraviglie” delle gommepiume (1966) coperte di colori fuori dallo spettro.
Ed infine, questo piacere del colore vivo, acceso, che recentemente lo ha spinto ad uscire dalle dimensioni del quadro per invadere l’habitat urbano con slanciate strutture simili a steli di arcobaleno. Esperienza gioiosa, di grande effetto, sebbene non del tutto consona a Turcato, che ha bisogno per il suo drenaggio istintuale di un supporto e di un impatto più diretto, immediato, quale appunto quello della superficie del quadro. Turcato è un po’ come quegli scrittori che riescono a buttare giù pagine bellissime ai tavoli dei caffè, in mezzo alla confusione, al rumore. Non crede all’ispirazione dal momento che, a suo modo, è eternamente ispirato. Non ha bisogno di particolari situazioni ambientali, di grandi studi luminosi, di conforts, di musiche di sottofondo. Gli basta poco: se non ha i colori raschia i fondi.
Turcato entusiama anche i critici più sobri, concettosi, meno propensi all’abbandono critico, sebbene non sia un pittore né metafisico, né metaforico, né elegiaco. Non lo ispira la natura, non si ritempra nel plein air, amante com’è della città, della notte, delle atmosfere fumose e stantie dei caffè e degli studi mal aerati. Lo ricordo una volta a Verucchio, davanti ad un sereno, solare paesaggio di colline e campi, ritrarsi quasi impaurito mormorando: “E’ una visione infida”.
Certo lui i colori e la luce li prende dai tubetti, perché oltre che negli occhi li ha nelle mani, da quel portentoso bricoleur della pittura che è. Non esaspera i sentimenti; non si serve dei ricordi; odia l’autobiografia esplicita e la retorica, due cose che ripugnano alla sua segreta ma eccezionale eleganza di “anarchico gentile” . I suoi mezzi sono ridotti, persino poveri: mette un po’ di scarno colore sul foglio, passa leggera una pennellessa sulla tela, s’impiastriccia le mani di rosso e ne fa l’impronta, getta bave di sabbia e di colla, appiccica medicine, monete, foglietti di carta velina, e il quadro nasce, vive, esiste. Inspiegabilmente esiste? Non direi, almeno per chi creda all’esorcismo della Pittura. Così, vedendo questa mostra, viene voglia, dopo tanto, di sentirsi un po’ nello stato d’animo di quelli che accendono un cero “per grazia ricevuta”.
(“Momento sera”, 20 novembre 1974)

Gli esorcismi di Turcato
(…) Turcato è uno dei pittori meno discussi dalla critica e dei più seguiti dai giovani. Gli si rimprovera, semmai, di dipingere troppo, di inflazionarsi, ma ad ogni sua grossa mostra tutti ammettono che, nell’ottimo come nel meno buono, alla fine ha ragione lui. E non perché “tutto fa brodo”, ma perché tutto fa poesia, soprattutto perché tutto fa pittura. Ne è una conferma questa antologica appena aperta a Villa Stuck, sede della Staatsgalerie Moderner Kunst di Monaco. Più di cento opere tra oli, gouaches, disegni e strutture, datati dal ’45 all’83, presentati in catalogo da Erich Steingraeber, direttore generale dei Musei di Baviera, dai due curatori dell’esposizione, Cornelia Stabenow e Carla Schulz-Hoffmann, e da Argan e Calvesi.
Sette coloratissime, svettanti strutture, poste all’ingresso del parco di Villa Stuck, danno un festoso benvenuto al visitatore. Il loro titolo, Le libertà, assume qui un valore simbolico. Libertà è per Turcato non un concetto astratto né un’immagine retorica, ma un modo d’essere, di vivere, di dipingere. L’arte di Turcato nasce e cresce su se stessa, dalla pratica operativa, dal fare: non è progettata, non è censurata né, tantomeno, censurabile. Tuttavia, malgrado questa forte componente istintuale, essa non va confusa con quella degli esponenti dell’Action Painting. (…) E ad ammetterlo è stato lo stesso pittore, in un recente colloquio con Giuseppe Appella: “Non sono un lirico allo sbaraglio perché la mia cosa è pensata….Siamo talmente impregnati di cultura…”. (…) Turcato finisce ad essere un artista metodico proprio nella pratica di un volubile disordine inventivo, di un alato abbandono all’improvvisazione e all’estro, di continuo ricaricati e rinnovati dalla tecnica. “La tecnica – egli dice – ricrea la fantasia”. Un metodo, dunque, alla rovescia, del tutto anticonformista. (…) Ma è sempre il colore, il piacere del colore, la maggiore costante dell’arte di Turcato. Colore ora puro, squillante, compatto, ora marezzato e fluido, luminescente od opaco, che emana luce o che l’assorbe.(…)
(“Il Giornale”, 17 febbraio 1985)

Dal pianeta colore
Più che per tendenze, per “ismi”, gli artisti andrebbero divisi per famiglie. Giulio Turcato, del quale è aperta alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna una ampia antologica a cura di Augusta Monferini, appartiene alla famiglia dei coloristi, dei pittori nati, giacché pittori si nasce, non si diventa. (…) Alle spalle di Turcato (che, non dimentichiamo, è nato a Mantova nel 1912 ed ha vissuto a Venezia fino al ’39) ha la grande tradizione del tonalismo veneto, di volta in volta squisitamente acquoreo od aereo . Di fronte ha Matisse, il suo vero Dio. Per Matisse, il colore serve ad esprimere la luce, non il fenomeno fisico della luce ma, come egli stesso ha precisato, “la sola luce che di fatto esiste, quella del cervello dell’artista”. Per Matisse, assai più delle immagini, è ancora il colore, l’esattezza dei rapporti, a configurare lo spazio. Per Matisse, infine, ed è una lezione che il maestro francese ricava da egiziani e bizantini, espressione e composizione decorativa sono, in ultima analisi, una stessa cosa: il modo pittorico per esprimere dei sentimenti. Matisse ha inoltre insegnato a Turcato che il disegno deve essere “essenzializzato all’osso”, fino a diventare segno, e che la visione è un fenomeno complesso: va quindi sfrondata dai particolari descrittivi e sintetizzata, accorpata in un amalgama compendiario, intensamente espressivo e mai veristico.
L’esposizione di Valle Giulia allinea settantuno opere dal ’47 all’’85, più ventisei dipinti provenienti dalla collezione Natale, tutti datati tra il ’44 e il ’53 e , quindi, preziosi per ricostruire gli anni della formazione. Proprio nella “sala Natale” appare evidente come oltre a matisse (destinato a restare anche in seguito un riferimento costante, una stella fissa) sono importanti per Turcato Magnelli, Kandinsky e soprattutto Balla. E’ da Balla infatti che Turcato prende le forme curvilinee e gli andamenti ellittici che conferiscono una spinta dinamica alle sue splendide opere della fine degli anni Quaranta. Inoltre, come afferma Augusta Monferini nella penetrante ed approfonditissima presentazione al catalogo, su Turcato già agisce una vaga matrice surrealista, “non come sospensione metafisica e tanto meno come fantasia illustrativa, ma nell’accezione sbocciante di Miró”. E accanto al funambolico Miró mi pare vada fatto il nome di Masson, dal quale, più tardi, Turcato deriverà sia l’impiego di tecniche casuali (ad esempio i getti o “bave” di colla coperti di sabbia e polveri fosforescenti), sia il gusto della scrittura semiautomatica che disgrega e dissipa l’immagine in una miriade di segni-colore. Ma quel che più colpisce e conquista in Turcato è fin dagli inizi il modo liberissimo, persino scanzonato, negligente, di interpretare i suoi maestri, in variazioni subito personali che mentre ribadiscono lo spunto iniziale, allo stesso tempo lo contraddicono. Turcato entra presto nel regno del tutto possibile, dove tutto avviene senza sforzo, con fragrante naturalezza. (…)
Una volta di più questa bella mostra testimonia come l’avventura pittorica di Turcato, pur mutevole, dilapidata e non priva di cadute qualitative, abbia una coerenza profonda, tanto più straordinaria per quanto non perseguita ed anzi, talvolta, combattuta. Coerenza che deriva dalle fedeltà all’istinto, all’immaginazione, e da un febbrile bisogno di novità, meglio, di futuro. Non a caso Turcato è uno dei pittori contemporanei più sensibili alle scoperte della scienza e alle conquiste spaziali. Ne danno prova la serie “piena di meraviglia” delle “Superfici lunari” e tutte le ultime grandi tele coperte da colori fuori dallo spettro, così simili a quelli che hanno abbagliato gli astronauti.
(“Il Giornale”, 23 marzo 1986)

Tutte le stagioni della pittura
L’attività del critico consiste principalmente nel vedere, ma in questa operazione, oltre al diverso metodo di approccio all’opera (ogni critico ne ha uno) sono possibili diverse attitudini che variano se si debba riferire le proprie impressioni ovvero formulare un giudizio, o invece, se si guardi senza alcun obbligo professionale, per diletto, curiosità, informazione, se non addirittura per appagare il vizio inveterato di deambulare da una galleria all’altra. In questo caso il critico flâneur, libero ed ozioso, è simile ad un acchiappafarfalle in attesa che nella propria rete a maglie strette s’impigli l’esemplare raro, che magari raro non è e che però, imprevedibilmente, risulta in consonanza con quanto egli cercava, calamitandone quindi sentimenti e pensieri talvolta ancora occulti, imprecisi. Questo raro piacere del vedere l’ho avvertito visitando due mostre (…). La prima vale soprattutto per un grande dipinto (la farfalla coloratissima che ha invaso la mia rete) intensamente impastato di rosa con pochi tocchi di un bianco latteo e di un azzurro di opale. Lo ha dipinto Giulio Turcato ed è esposto, con altre recenti opere del pittore, all’Editalia.
Tra poche settimane Turcato compirà ottanta anni (…). Ma Turcato miracolosamente seguita a dipingere, perché oggi come ieri dipingere è per lui come respirare, perché la sua arte nasce e cresce su se stessa dal fare: non è progettata, non è censurata né censurabile.
La personale raduna gli ultimi “cangianti”, una lunga serie iniziata dall’artista fin dal 1959 e così intitolata per le superfici sabbiate, marezzate e luminescenti che ne accentuano il carattere sensitivo. Ma il miracolo sta nel “Grande rosa”. Qui Turcato ha dipinto la giovinezza stessa, meglio, la memoria della Giovinezza. I turbamenti e le insidie, le passioni furiose e le appassionate battaglie sono decantati, ma ne resta intatta la fragrante meraviglia, lo slancio irripetibile.
(“Il Giornale”, 9 febbraio 1992)

Tutti i colori dell’arte tra le mani di Turcato: un ricordo del pittore
Il pittore Giulio Turcato, scomparso domenica , possedeva una filosofia della vita ed una concezione dell’arte che non mutarono mai, basate sulla libertà. La pittura era per lui un bisogno primario, incoercibile. La sua arte, che parve dilapidata e talvolta casuale, alla resa dei conti ci appare invece segnata da una rara continuità, la continuità dell’istinto, assai più forte di quella dei sentimenti e soprattutto delle idee. Turcato è stato un “anarchico gentile”, antiretorico ad oltranza, paradossale e lucidissimo. Oltre che un artista vero, fu un uomo di segreta ma autentica eleganza, del quale a lungo resterà la leggenda, tramandata da quanti lo conobbero. Forse il suo ritratto più bello, sull’onda del ricordo, lo ha lasciato Giuseppe Marchiori: “Ti rivedo com’eri, quando t’incontravo a tarda notte, mentre camminavi rasente i muri di Piazza di Spagna, o di via del Babuino, col baschetto infilato sulla nuca e con il volto pallido dagli occhi ardenti, seminascosto dal bavero alzato dell’impermeabile scuro. E ti piaceva parlare, parlare magari fino all’alba, seguendo il filo, noto a te solo, di un discorso fatto di pensieri improvvisi, che sembravano nascere da una fantastica scatola magica… La molteplicità dei tuoi gesti, sempre rinnovati nel corso del tempo, rivela l’impossibilità di fissarti, anche oggi, dentro uno schema, continuamente superato dal tuo slancio vitale”. Il ricordo di Marchiori si riferisce ai primi anni romani, quando Turcato alloggiava in via Margutta ed il suo studio era una corte dei miracoli dove chiunque poteva trovare un materasso per dormire e magari qualche soldo per mangiare, come ricordò lo stesso artista in un delizioso raccontino intitolato Tre biscotti.(…) Turcato non si ispirava alla natura: “L’arte - diceva - è una creazione dell’uomo e non della natura, non è fatta per riprodurre quello che vedono i nostri occhi, ma è guidata da un bisogno di esprimere le cose che si immaginano e che si sentono o si sognano, e che appaiono alla fantasia dell’artista”. Così, sino alla fine, egli ha cercato una luce ed un colore antinaturalistici, inusitati (…).
(“La Voce”, 24 gennaio 1995)

Lorenza Trucchi