'I tre biscotti'
Era forse intorno al 1949, o giù di lì. Del resto non è un fatto che si possa localizzare in una particolare epoca con una data. Di questi fatti a via Margutta ne capitano di tutti i giorni.

Ospitavo nel mio studio due tipi. Uno aveva pubblicato da poco e con un certo successo un racconto su un importante quotidiano. L’altro non mi ricordo chi fosse.

Non c’è molto spazio nel mio studio; ma più che spazio difettavano i letti. Dormivamo accatastati sulla palafitta (il luogo sopraelevato dove io dormo) in tre. Questo tra parentesi accadeva molto spesso, ma non è questo il fatto.
Non avevamo molto da dirci e infatti non si parlava molto. Il racconto dello scrittore lasciava presagire bene, e l’altro non so cosa dovesse fare della sua vita, fatto sta che non aveva da dormire e veniva a dormire da me. Piano piano, i due fecero un’alleanza basata solamente su un tetto sotto il quale ripararsi, ma che presupponeva come vittima la mia persona. Una sera, tornai sul tardi a casa e per la verità non mi sentivo bene.

Dormii male la notte, e fra l’altro l’aria mefitica che di solito respiravo mi sembrava più pesante. I due russavano stretti in un abbraccio di derelitti come se dormissero il sonno eterno. Al mattino stavo peggio ed allora chiesi ai due di comprarmi qualche cosa di adeguato al mio male ed al bisogno di sostentarmi. Ci fu un rapido sguardo tra i due. Tirai fuori le ultime ed uniche mille lire e le porsi ad uno.

Altro sguardo tra i due che mi sembrava forse il più assurdo. Ma fatto sta che, ritornando verso sera, i due mi consegnarono un cartoccio che mi rivelò, non appena l’ebbi svolto, tre biscotti.


Alzai gli occhi meravigliato e subito uno, intuito il mio sguardo a modo suo, mi rifilò in mano cento lire. Dopo di che ci fu un silenzio pieno di incredibile assenteismo da parte di entrambi che intanto andavano distendendo una coperta sul pavimento per mettersi a dormire.

Io stavo male e la febbre forse mi annebbiava il cervello, avevo anche bisogno forse, che so, di un’aspirina, di qualche altra cosa da mangiare! I due approfittarono del mio silenzio attonito e in un attimo furono sdraiati, abbracciati, e ronfanti. Rimasi così, come un fesso e la febbre alta mi salvò da ogni altra considerazione o bisogno.

Non facevano nulla in realtà. Al mattino quando ci si alzava (loro per forza) perché io dovevo uscire per lavoro, anche i due uscivano e mentre si preparavano avevano un’aria incredibile. Mi sentivo un ignobile sfaticato di fronte a loro che atteggiati in preciso modo avevano l’aria di quelli che usciti dal mio studio faranno cose straordinarie.

Poi quando ero pronto dicevo: «Andiamo?» E quelli infilavano la porta prima di me con aria sicura.
Si percorreva la piccola casbah del 48 di via Margutta in silenzio, fino al portone, poi ci guardavamo in faccia.
Io dicevo: «Bè, ciao, io vado di qua».

E loro di rimando: «Noi andiamo di là».

Ci allontanavamo tutti verso due punti differenti, loro pieni di dignità ed io così come uno che va al lavoro senza molta voglia al mattino presto d’inverno.

Ma la verità era questa che quei due partivano verso destra se io andavo a sinistra o viceversa se andavo a destra, tanto l’importante era di trascorrere quelle dodici ore che portavano al riposo notturno nel mio studio. Non ci siamo mai detti queste cose, ma ognuno di noi le sapeva e per questo ci odiavamo: da poveracci, in modo fraterno.


Giulio Turcato in Pittori che scrivono. Antologia di scritti e disegni, a cura di Leonardo Sinisgalli, Milano, edizioni della Meridiana, 1954, pp. 217 – 219