Le superfici lunari di Giulio Turcato: Genesi di un’intuizione
- Ettore Caruso
Doveva essere ottobre del 1962, l’autunno romano inoltrato. Giulio ed io avevamo appena finito di cenare con “luganeghe e patate”, una delle ricette alle quali era affezionato fin dalla sua giovinezza veneziana. Vana, impegnata nelle riprese de “Il mafioso” non era con noi, forse a New York per le scene ambientate in America. Eravamo nell’appartamento di via Ripetta 226…ricordo questi dettagli perché quella sera e la notte che seguì sono rimaste nella mia memoria con una permanenza e vivacità insolite.
Da quando avevo iniziato l’università, nel 1961, la mia frequentazione di Giulio si era espansa fino a diventare una consuetudine quasi giornaliera: la libertà che mi dava il mio stato mi permetteva di rispondere alle sue richieste di assistenza nel suo lavoro in modo discontinuo ma efficace: acquisto di materiali, preparazione dei fondi, qualche trasporto di quadri, varie altre commissioni. La sua proverbiale generosità rendeva compatibile il lavoro con la frequenza universitaria. Cosa di cui non mi rendevo conto allora, si trattava di una opportunità che mi sarebbe servita in seguito, quando nel 1995, scomparsi Giulio dapprima e Vana poi nel giro di sei mesi una dall’altro, mi ritrovai a dover onorare il loro testamento, che mi chiedeva di prendere le redini dell’Archivio Storico e Fotografico dell’opera di Turcato, da loro fondato nel 1972. La continuità che avevo avuto il privilegio di godere nell’osservare i suoi metodi di lavoro, le tecniche, le relazioni con gli artisti coevi, con i galleristi, in una parola con tutto il mondo che girava intorno alla sua arte, ma anche le epiche chiaccherate fino a tarda notte, mi dettero modo di accettare il compito con fiducia nelle mie risorse e con l’affetto che avevo sempre portato, e che porto tuttora, per questo gigante dell’arte Italiana e mondiale.
Quella sera, dopo un po’ di zapping, ci fermammo a guardare un documentario che mostrava lo scienziato spaziale tedesco Wernher Von Braun mentre spiegava a John Kennedy come l’uomo sarebbe arrivato sulla luna, e ritornato sulla terra.
Eravamo in piena guerra fredda. Kennedy, in risposta alla sfida lanciata dai Russi prima con lo Sputnik (1957) e poi con la messa in orbita di Gagarin (1961), aveva lanciato, immediatamente a ridosso dello storico “primo uomo nello spazio” russo, l’ambizioso programma “Man on the Moon”, che avrebbe visto il primo umano imprimere il suo passo sul suolo lunare entro la fine della decade corrente..
Dati i miei studi tecnici e l’interesse che portavo per la corsa allo spazio, mi ero sempre documentato accuratamente e approfonditamente sulle sfide che questo programma comportava. Sapevo che la decisione di Kennedy aveva immediatamente messo in moto una specie di rivoluzione nella NASA e nell’industria americana attinente, e che l’improvviso afflusso di fondi nel sistema aveva già prodotto, a distanza di un solo anno dall’epico annuncio, movimenti e cambiamenti importanti nel sistema industriale americano. Ma trovarsi di fronte a un Von Braun in piena forma che dettagliava, con l’aiuto di un modello del Saturno 5, la sequenza di lancio, trasferimento in orbita lunare, allunaggio, ripartenza e ritorno a terra della capsula Apollo, di fronte a un Kennedy ammirato ma sostanzialmente ammutolito, fu un’esperienza del tutto particolare, che mi è rimasta perennemente impressa nella memoria.
Anche Giulio era silenzioso, vedevo che la storia lo stava lavorando dentro. Kennedy fece qualche domanda, ma la flemma e la sicumera di Von Braun erano veramente travolgenti. Mi piacerebbe poter rivedere quel documentario per provare ancora una volta quelle sensazioni di meraviglia e sbalordimento, anche se so che non sarà più la stessa cosa. Fatto è che, quando finì il documentario, Giulio cominciò a far domande. Ero o no uno studente di ingegneria? Anche se ero preparato e potevo rispondere alla maggior parte degli interrogativi, la foga di Giulio e la mia stessa “sbornia” di fronte a una dimostrazione così impressionate di fiducia in una tecnologia che stava nascendo crearono un momento emozionante per tutti e due. Credo che a forza di discutere non solo sulle possibilità di realizzazione di un tale gigantesco progetto, ma anche sulle sue conseguenze vicine e lontane, facemmo l’alba.
Giulio Turcato è sempre stato molto interessato agli sviluppi di scienza e tecnologia, e spesso ha riversato questo interesse nelle sue opere. Non per niente la serie dei “Giardini di Miciurin”, degli anni 1952-54, è il derivato diretto di una teoria scientifica. Ivan Miciurin era uno scienziato botanico e genetista russo, i cui studi e sperimentazioni erano stati così promettenti da dar luogo, nel corso del regime staliniano, alla teoria che, seguendo i suoi metodi, l’umanità sarebbe stata presto in grado di soddisfare ai bisogni alimentari del pianeta per il futuro prevedibile. La traduzione di questo concetto in alcuni quadri di Turcato, in cui si percepisce nettamente la sensazione di abbondanza e di pienezza della natura, anche se così astrattamente ritratta, è esemplare e permette di considerarla come antesignana di altre successive incursioni del maestro nell’arena scientifica e tecnologica.
Nel frattempo, dopo la famosa sconvolgente nottata passata a discutere dello spazio, cominciai a notare che Giulio approfittava, nel comprare il giornale o delle riviste, degli allegati e supplementi che la stampa forniva a supporto dei servizi sul tema spaziale, rispondendo ad un vivo interesse del pubblico. In particolare, scoprii che aveva portato nello studio delle riproduzioni in plastica della mappa della faccia visibile della luna. Ora so che c’era qualcosa che aveva cominciato a lavorarlo. Ma non dovetti aspettare molto per vedere gli effetti di questo tarlo.
Un giorno, più di un anno dopo il documentario, Giulio mi chiese di accompagnarlo a visitare una fabbrica di Pomezia, dove avremmo ritirato del materiale sul quale aveva da poco iniziato a fare una ricerca. Giulio non guidava e quindi anche per questi movimenti spesso si affidava a me.
A Pomezia erano sorte, da quando il materiale era diventato popolare, due o tre ditte di fabbricazione di materassi e altri oggetti di gommapiuma; quella che visitammo gli era stata segnalata da amici. La visita durò un’intera mattinata, durante la quale avemmo l’occasione di seguire la lavorazione di una partita di prodotto. Il tutto cominciava col formare, in un grande contenitore metallico, una mescola a base di poliuretano liquido, alla quale venivano aggiunti degli additivi specificamente dosati per ottenere vari risultati, soprattutto la porosità e la consistenza del prodotto finito. Una volta terminata la preparazione, la mescola veniva convogliata in una piscina rettangolare poco profonda, dotata sulle pareti di numerosi insufflatori disposti in modo da soffiare aria dal basso e trasformare così, mentre la reazione degli elementi aveva luogo, una massa liquida in una schiuma porosa semisolida ed elastica, il più possibile omogenea : la gommapiuma. La superficie della massa liquida, attraversata dal flusso d’aria emergente dal basso, man mano che la reazione si “raffreddava” cominciava a formare una crosta sulla quale si disegnavano bolle e crateri. A operazione (e reazione) finita, rimaneva una superficie brozzolosa, piena di bolle e di crateri (o bolle scoppiate) di tutte le dimensioni, molto simili a quelli della superficie luna. Cosa facevano gli operatori? Con uno strumento previsto per la bisogna, riuscivano a tagliare quei 3 o 4 centimetri di “pelle” corrugata che si era formata in superficie, rivelando il resto della massa porosa omogenea e scevra di imperfezioni, che sarebbe poi stata tagliata su misura per produrre materassi, cuscini, eccetera. A noi non rimase che caricarci del rotolo di gommapiuma ricavato dalla “scorticatura” della piscina, e portarlo a studio. Non ricordo se Giulio pagò qualcosa per il servizio reso.
Ormai la tecnologia moderna ha superato il tipo di fabbricazione degli anni’60: oggi si parla di colata continua e altre diavolerie del genere, processi che non permettono più la raccolta delle “croste” di buona memoria, quelle che affascinavano Giulio Turcato.
Di lì a poco cominciarono ad apparire le prime gommepiume di Turcato. Eravamo ormai nel 1964 inoltrato: quasi due anni erano passati dal documentario sull’”Uomo sulla luna” di Wernher Von Braun e JFK.
Il resto degli anni ’60 passò in un lampo, e nel 1969 l’uomo mise veramente il suo piede sulla luna. Ma Turcato c’era già stato (e tornato) qualche anno prima.

Ettore Caruso
24 ottobre 2018