'Autoritratto'
Mi considero molto irregolare nella mia espressione di vita: seguo contemporaneamente pensieri diversi, che si intersecano liberamente. Così è il mio modo di vivere alla giornata. Mi piace camminare in mezzo alla gente, e tutto quello che succede è il mio programma.

Le persone che incontro nelle mie passeggiate quotidiane, e con le quali a volte ho brevissime, a volte lunghe conversazioni, sono le più disparate, e tutte, anche quelle che non riconosco, mi danno lo spunto per una visione globale del modo di vivere, e così io formo un collage di sensazioni che al momento scompaiono e più tardi riaffiorano in altro modo.

Credo di essere tanto distratto da apparire qualche volta fastidioso nei miei incontri.

Guardo con curiosità le gambe delle donne - mi piacciono quelle lunghe - e le diverse andature. Le passeggiate mi servono per itinerari sia esteriori che interiori. Particolari pensieri durante la giornata sono: se dovrò mangiare o no, se dovrò camminare o no, se dovrò incontrare qualcuno o dove dovrò andare, e intanto dimentico gli appuntamenti che potevo avere. Insomma, le mie passeggiate sono itinerari di incertezza. Una volta andavo in cerca magari di qualcuno con cui “riversarsi” le idee, ora invece ho solo dei pensieri elementari, sia sessuali che di vita pratica. Non credo che gli altri cogitino in modo molto più acuto o sublime del mio. Ad ogni modo non penso molto a quello che possono pensare gli altri. In fondo vedo il mondo come si vede nelle riprese cinematografiche sull’Africa: orde di elefanti poi seguite da altre bestie, e poi forse qualche volta si vede un leone. Quasi lo stesso leone che si vede sotto il monumento di Daniele Manin a Venezia.

Quando stavo a Venezia ed ero più giovane mi piaceva camminare nella nebbia della laguna, e sentire in quel silenzio le due sirene del porto che servivano per dare la rotta alle navi che dovevano entrare. Invece ora le mie passeggiate sono più igieniche, e mi aiutano a catalogare e a trarre delle conclusioni dalle circostanze nelle loro contraddizioni, oppure a rimanere senza conclusioni. Lavoro discontinuamente, ma continuamente, intervallando il fare metodico con l’osservazione di quello che sto dipingendo. Mi concentro e mi distraggo alternativamente, e in questo continuo fluttuare aspetto che mi venga in mente una forma o un colore da mettere sulla tela per completare il gesto.

Gli itinerari che ho seguito per individuare la mia verve artistica fin da quando andavo a scuola sono stati le opere di Cézanne, Gauguin o Van Gogh, poiché l’arte moderna è cominciata con loro . Poi, viaggiando e guardando musei e quadri ho fatto la mia scelta, che mi ha portato alla ricerca astratta e all’identificarmi quasi somaticamente in questa estetica. Naturalmente ho sempre apprezzato artisti come Monet, i fauves, Matisse, Picasso, Masson, i primi futuristi, Kandinskij, Klee.

Credo che da un pezzo siamo in un periodo di revisione della validità dell’opera d’arte, qualsiasi essa sia, nel formalismo o nell’invenzione. Ho pensato che forse non ci sono fatti risolutivi o modelli inalienabili: questo non può essere, perché anche nell’arte c’è il relativo. L’emotività è relativa a un dato periodo, perché l’arte, quando raggiunge uno stile, ha una bellezza a sé stante.

Per la conquista di un’espressione artistica è necessario procedere con persistenza nelle conoscenze tecniche che abbiamo, per poi di volta in volta usarle nel miglior modo possibile, ma anche violentarle e andare oltre. E’ questa la libertà che ci ha dato l’arte moderna, con le esperienze individuali e di gruppo che hanno creato i movimenti artistici la cui azione progressiva è in atto.

Come forma del mio carattere sono portato all’introspezione: su me stesso, sugli altri e sui sistemi in generale . Vedo e giudico gli avvenimenti intellettuali e politici attraverso le estetiche: in tal modo si può vedere se un sistema è più o meno tirannico o libertario. Un tempo avevo l’idea che sistemi con un solo sviluppo estetico, essendo più unitari, andassero bene per l’umanità (il romanico, il gotico, il barocco, il razionalismo). Ora sono di altra opinione, ossia che la libertà del sistema espressivo è l’unica strada per poter combattere i bizantinismi, la grettezza delle politica, che con la sua limitazione vuole abolire le forme d’arte che possono dare fastidio alla prepotenza e all’affermazione del potere.

Giulio Turcato, “Autoritratto,” Bolaffi Arte, marzo 1981, pp. 66 – 69.