'Come ho veramente conosciuto Turcato'
- Ettore Caruso
Se ben ricordo, la prima volta che incontrai Giulio Turcato dovevo avere 10 anni. Doveva essere intorno alla fine del 1953, a quel tempo ero in collegio, uscivo solo la domenica per stare in famiglia, composta da mia madre e mia sorella: pranzo – cinema – rosticceria e poi la corsa per tornare alle 7 di sera si succedevano con regolarità, a volte interrotta da varianti eccitanti. Una di queste era il pranzo alla trattoria dei fratelli Menghi, sulla via Flaminia a pochi passi da piazza del Popolo.
Era un ristorante ma anche un ritrovo, soprattutto serale (e notturno), per gruppi alquanto eterogenei di intellettuali, tra i quali pittori, scrittori, e cinematografari. A far incontrare queste categorie erano spesso gli orari strampalati ai quali erano abituati gli artisti e i letterati da una parte, e dall’altra quelli da schiavisti dell’industria cinematografica, che a quell’epoca era praticamente senza regole.

Era lì che qualche anno prima mia sorella Vana – più grande di me di 17 anni – introdotta da amici e alla ricerca disperata di un lavoro, aveva avuto notizia di un posto vacante come segretaria di edizione (oggi credo che si dica “script supervisor”) in un film di cui stava per iniziare la produzione. “Tu sai cosa fa la segretaria di edizione, vero?” le disse l’amico dell’amico che le segnalava l’opportunità. “Ma certo!” rispose lei, ed andò all’intervista il giorno dopo, non senza prima aver fatto visita alla biblioteca per capire quali fossero le mansioni di una “segretaria di edizione”. Con questo strattagemma ebbe il posto ed iniziò così la sua carriera cinematografica; la sua frequentazione degli altri avventori della trattoria ne risultò accresciuta, e produsse vari altri effetti, tra cui l’incontro con Turcato. Si sarebbero sposati più tardi, dopo 15 anni di vita insieme.

Molti degli aneddoti generati da Turcato in quel periodo sono ben raccontati nel libro “Osteria dei pittori” da Ugo Pirro, scrittore e sceneggiatore; di alcuni sono stato anche testimone, ne conosco l’origine e le conseguenze, anche quelle non raccontate da Pirro. Io però, data la mia giovane età, ero lì come una mosca su una parete: osservavo, assorbivo anche quando non capivo niente di quello che si dibatteva, riflettevo, insomma imparavo a vivere. E poi, visto che ci mangiavo solo a pranzo, raccoglievo solo gli echi delle serate interminabili, a volte epiche, che riverberavano in quegli ambienti per giorni e settimane dopo, grazie anche alla generosità intellettuale di Naride (quello dei due fratelli Menghi che più teneva al rapporto con la clientela) che a volte dispensava delle chicche storiche a noi frequentatori del pranzo domenicale.

Avevo un sacro rispetto per Giulio, misto alla simpatia per la familiarità con cui mi trattava, perché i suoi discorsi erano sempre sorprendenti, sconcertanti, pieni di improvvise divagazioni: a volte iniziava senza preavviso a parlare di un argomento alquanto tosto, come se si fosse discusso solo di quello fino ad allora; in effetti capii solo più tardi che continuava ad alta voce un discorso interno che andava avanti da chissà quanto tempo. Fatto sta che la mia conoscenza iniziale di Turcato aveva un carattere grossolano e superficiale: se avessi dovuto descriverlo in quegli anni, avrei parlato di un artista eccentrico, ironico, divertente, che spesso alzava troppo il gomito.

Sei anni più tardi, adolescente ma non ancora maturo, stavo cercando di organizzare il mio primo espatrio estivo contro le resistenze di mia madre che ancora non si fidava, quando Giulio mi venne inaspettatamente in aiuto. Avevo progettato un viaggio di 2 settimane in Germania: sarei andato a Colonia in treno ed avrei risalito a tappe il corso del Reno visitandone i castelli fino a Magonza con i battelli fluviali, pernottando negli ostelli della gioventù che ne costellavano le rive. Giulio era stato invitato a partecipare a ‘documenta II’, a Kassel. Nel 1959 quella manifestazione era alla sua seconda edizione, ma aveva già conquistato un prestigio internazionale. Perché non incontrarsi a Kassel all’inaugurazione? In seguito avrei potuto realizzare da solo il resto del mio programma. Rassicurata dalla presenza anche parziale di un adulto, mia madre sciolse le sue riserve ed apprensioni, e così Giulio ed io ci accordammo sul nostro appuntamento a Kassel.

Avevamo convenuto di incontrarci alla stazione: il treno proveniente da Milano doveva arrivare nel pomeriggio del giorno stesso dell'inaugurazione della mostra. Era un luglio splendido, e per la prima volta in vita mia ero fuori dai patrii confini, armato di un passaporto nuovo di zecca e di qualche centinaio di marchi: ero eccitato, pronto all’avventura. Ma all'ora prevista Giulio non si manifestò ed io, non avendo preparato nessun contropiano per questa evenienza, atterrito com’ero al pensiero di rimanere isolato e senza notizie, non seppi far meglio che restare lì, al centro del meeting point, a guardare gli altri affaccendati viaggiatori, seduto su una delle panchine dalla quale potevo controllarne l’andirivieni. Solo all'imbrunire Giulio si materializzò davanti a me, con l’immancabile basco, il cappotto, ed una valigetta di fibra rossa in mano. Faceva caldo, ma avevo ormai fatto il callo alle sue abitudini, che implicavano un sacro orrore del freddo di qualsiasi entità, dal quale spesso si proteggeva “incartandosi” con fogli di giornale indossati a sandwich tra i maglioni. Giulio appariva fresco come una rosa, sbarbato e di buon umore: si era addormentato nel suo scompartimento e, sorpassando Kassel, aveva raggiunto Göttingen, 70 km più a nord, dove aveva preso un treno in senso opposto e approfittato per farsi una toilette completa. Era riuscito a scendere alla stazione di Kassel qualche secondo prima che il treno ripartisse per il sud, per un'altra eventuale oscillazione del pendolo che sembrava dominare la sua agenda.

Ero così contento di vederlo che mi offrii di portargli la valigetta per arrivare insieme all'albergo, non lontano dalla stazione, dove avevo prenotato una stanza per due. Durante il percorso mi domandavo che cosa potesse mai contenere, dato che pesava come un macigno.

Nella stanza lo vidi aprire il suo bagaglio: una sbirciata discreta non bastò perché il suo contenuto era troppo insolito. Mi avvicinai per constatare che tutto il volume della valigetta era occupato da tubetti di colore e da materiale per pittura o disegno. Colori ad olio, a tempera, di varie dimensioni e nuances, una bottiglietta di acqua ragia, pennelli, matite, gessetti e carboncini, fogli di carta da disegno di vario spessore, di cui alcuni già coperti da schizzi e progetti; alcune delle composizioni sembravano visioni di paesaggi dal finestrino di un treno. Più tardi, durante i preparativi per la serata, lo vidi estrarre da un angolo di quella valigetta da emigrante uno spazzolino da denti: a me chiese se avevo del dentifricio.

Quella notte a Kassel capii che almeno parte di quell’equipaggiamento costituiva una specie di kit di riparazione che Giulio si era voluto portare per eventuali ritocchi da dare ai suoi due dipinti in esposizione; infatti andammo ad ispezionare le tele già appese, che però erano arrivate in buone condizioni. Ma per me quella nella camera d’albergo fu una vera e propria epifania di Giulio Turcato, il momento in cui ho creduto di cogliere l’essenza dell’artista. Giulio si è sempre rivelato, in questo come in altri episodi che hanno costellato il tempo passato insieme, una sorgente straordinaria di freschezza e di candore, paragonabile alla sua onestà d’artista ed al suo attaccamento al lavoro. Perché di questo si trattava: di curiosità ed attenzione indivisi e brucianti per tutto ciò che lo circondava, e che si materializzavano attraverso il suo lavoro in modo continuo ed inarrestabile. Ma intendiamoci bene, quel tipo di lavoro che è l’irreprimibile felicità di espressione attraverso qualsiasi mezzo, in qualsiasi circostanza o luogo. Sono sicuro che Giulio si portava appresso quell’armamentario -- ad esclusione di qualsiasi altro genere di conforto – non solo perché non voleva annoiarsi, ma perché era l’unica cosa che lo interessava, che sapeva fare bene, e che – sopratutto – lo rendeva felice e completo.

***

Mi auguro che i nostri ospiti newyorkesi percepiscano, attraverso questa mostra che vede il ritorno di Turcato dopo tanti anni, una testimonianza concreta e diretta di questa sua felicità espressiva ed esistenziale. Non essendo critico d’arte mi è parso che raccontare questa briciola di storia potesse contribuire ad illuminare la sua personalità, la sua poetica, ed a rinnovare il senso d’incanto che si prova quando si ha l’occasione di entrare in sintonia con il talento di un grande artista.

Ettore Caruso
Roma-New York ottobre 2014