'Turcato e la Cina'
L’architettura antica ci appare così compatta e impoverita prima di tutto per la vera qualità dei piani regolatori che si sono svolti nelle varie epoche - per esempio nel periodo romano imperiale - date le esigenze dei rapporti con la massa diverse dal periodo repubblicano - essere Antidei sui piani regolatori. A noi sono pervenuti dei monumenti più significativi di questi piani, ma le dimostrazioni che ne sono state fatte secondo me sono imparziali e hanno un sapore romantico. La vita nelle varie arterie doveva svolgersi nel modo più consono e più aderente alla modernità che si poteva raggiungere in quel periodo. Come la civiltà romana così quella cinese per esempio aveva pensato a un piano unitario dalla città ai palazzi imperiali alle vie di comunicazione. La mancanza dell’acqua specialmente nel Nord faceva in modo che si scavavano laghetti artificiali che davano la possibilità di vita e quindi nuove arterie di movimento. La civiltà gotica cinese che è il prototipo dell’architettura medievale - aveva i suoi piani regolatori importati dalla chiesa - in questo senso l’architettura medievale è più limitata e meno razionale e fatta in modo molto minore, per soddisfare le vere esigenze urbanistiche igieniche di tutti i cittadini. Si può dire che della pianta città poi del rinascimento che come importanza guardava quella romana - era di una importanza più formale che altro nei confronti del modello antico - ossia romanticamente si sentiva attratta verso quell’apertura estetica ma non poteva capire il grado di necessità civica e urbanistica che aveva dato la planimetria della città e addirittura delle regioni nell’antichità.

Partiti da Mosca e attraversata la Russia e la Siberia, arriviamo ad Irkusch, ultima tappa in territorio russo. Dopo qualche ora di riposo partiamo la mattina prestissimo. Il pilota sovietico ci avverte che attraverseremo l’ultima parte della Russia (circa un’ora di aereo) per entrare in Mongolia, quindi sorvoleremo il deserto di Gobi, poi Pechino. Al confine mongolo l’aereo fa un giro come per orizzontarsi e poi riprende velocemente la sua rotta. Sotto si vede una distesa enorme color marrone, solcata in qualche punto da piccole tracce o sentieri; più avanti vi è tutta una vegetazione fittizia, fatta di alberelli erbe e licheni, vegetazione che credo scomparirà al primo grande calore. Già il terreno battuto dal sole rimanda il calore, malgrado il vento freddo che viene dal Nord. Ma dopo la sosta in territorio mongolo ecco il vero deserto - di un disegno veramente asiatico e di enorme estensione e con colori più ricchi di quelli della Siberia e dell’Europa in generale. Una grande quantità di piccole nuvolette sale dalle pozzanghere di acqua e di neve, ad una certa distanza una dall’altra - sembra un fuoco antiaereo - ogni nuvoletta ha la sua ombra celeste-viola. Naturalmente questa corrente d’aria calda in ascesa richiama una corrente d’aria fredda dall’Artico. L’aereo è a quattromila metri, come ci avverte il pilota, e fugge a fortissima velocità - sotto le nuvolette si sono infittite, sono ora un gruppo compatto ed enorme - sopra bianchissimo sotto il sole e sotto invece portano un enorme polverone giallo che confonde aria e terra. E’ quello stesso polverone che arriva fino a Pechino. L’aereo ha sbalzi e rollii continui, così fino all’ultimo baluardo di montagne. Perdiamo quota. Si vede già il disegno ben fatto della campagna cinese. Si atterra sul campo di aviazione di Pechino, sono le due del pomeriggio. La Società degli Artisti cinesi ci manda i suoi rappresentanti con dei mazzi di fiori. E’ il primo gentile saluto della Cina popolare. Dalla macchina che ci trasporta in albergo vediamo gente laboriosa forte e sana che tira carretti o ci precede in bicicletta - bambini che giocano - tutto in una campagna fiorita e cosparsa di alberelli - finché entriamo a Pechino che al primo apparire sembra un città quasi fittizia, dato che sulla strada vi sono solo delle quinte che rappresentano i negozi, e dietro le case di abitazione molto basse con il cortile nel mezzo.
Nelle piccole strade che gli europei hanno imitato sia nella realtà che nel cinema, vi è un andirivieni di folla infinita. Una folla gaia e operosa, uomini e donne vestiti dell’abito cinese attuale - standard, ma molto elegante nella sua semplicità. A proposito, in confronto il vestito dei Russi con quello dei Cinesi. Ridono quando si accenna alla larghezza dei pantaloni che portano i Russi. Gli alberghi per ospitare le infinite visite di delegazioni straniere che visitano la Cina, e Pechino in particolare, sono degli enormi edifici più moderni e confortevoli dove il personale cinese si adopera perché agli ospiti non manchi niente - rifiuta sistematicamente le mance e il volto appare sempre sorridente. Ho assistito a un ballo che fa ogni sabato il personale con un’orchestra che suonava anche “O’ sole mio”. Il tutto si svolgeva con una semplicità veramente sorprendente senza le facce melate e stravolte che si riscontrano nelle nostre sale da ballo. Così la prima cosa che si riscontra in questo paese di democrazia popolare è la quantità enorme di operai artigiani che alla sera frequentano il teatro cinese, dove si danno spettacoli veramente eccezionali.
La grande quantità di visitatori che frequenta gli ex giardini imperiali, i nuovi musei e l’interesse che questo popolo ha per le cose del costruire che dell’arte...d’altra parte i monumenti lasciati dall’antichità sono di una tale mole e stupore nel loro ragionamento architettonico che lascia meravigliato lo spettatore di qualsiasi parte del mondo. Il loro problema mentale era di dare un senso di finito all’infinito di questa terra. Così enormi cortili uno dentro l’altro, ognuno con gli enormi vasi di bronzo per raccogliere l’acqua piovana, dato il problema della siccità, che nel nord specialmente era uno dei tanti flagelli. Così il creare laghetti artificiali con ponticelli e boschetti, dove la popolazione può pescare pesci e molluschi, che la cucina cinese ha in tanti modi pensato di rendere commestibili nel migliore dei modi.
Ciò che rende simpatici i cinesi è la naturalezza immediata con cui ti mostrano quello che sanno fare. Non hanno scrupoli di sorta. Gentilmente poi ti chiedono la tua critica, sorridendo. Dicono francamente che hanno bisogno di tecnici. Mostrano senza vanteria la retorica della loro rivoluzione. Che però ha dato una costituzione e un modo di vivere migliore di quelle occidentali di dittatura, e non confrontabile con il regime che avevano prima.

E’ singolarissima la loro naturalezza nel dire le cose, gli stipendi - in molti casi non molto alti - ma che danno una base momentanea di minimo indispensabile a tutti, e che col tempo potrà diventare agiatezza. Moltissimi si sono sposati giovanissimi e non hanno, nel dire che hanno già due e tre figli, quell’aria preoccupata e piena di importanza che hanno da noi anche i contadini, per far vedere che finalmente hanno messo la testa a posto, cosa che poi non risulta vera. Te lo dicono come una ragazzata e una cosa naturale.

Testo di Giulio Turcato tratto dalla pubblicazione “Turcato e la Cina”, Raccolta di temi e impressioni a cura di Vana Caruso, La Nuova Foglio Editrice Spa – Pollenza, Macerata, Agosto 1971