'Il colore di Turcato'
- Giovanni Carandente
«La mia ricerca coloristica — ha scritto Turcato — è orientata verso un nuovo colore, partendo dal principio che il marrone e l'amaranto sono due colori al di fuori dello spettro». I colori di Turcato sono, infatti, sempre nuovi e con lo spettro han poco da vedere. Il colore è, di per sé, il «quadro». Né chiameremo in causa l'analisi fisica del colore, lo spettro solare, il «quadrante» di Delacroix, la teoria impressionista dei complementari o il fondamento sistematico dei Divisionisti. Il colore di Turcato, nella Pittura, è una scoperta quanto lo furono, nell'industria dei colori, quelle di un Thenard, di un Guimet o di un Vauquelin: provocatoria per la libertà d'uso di quell'amaranto o di quel blu e per la spregiudicatezza degli accostamenti che ne possono derivare. È, il suo, un colore — acceso o spento — inconfondibile: altissimo negli squilli, cupissimo nelle tinte ( e materie) assorbenti. Si accoppia all'altro colore — sia elementare o composto, caldo o freddo —come quando sull'orizzonte appaiono, in una, il fuoco del tramonto e il blu della notte: stanno insieme a perfezione e ognuno per suo conto; persino termini estremi — il massimo chiaro e il massimo scuro — si fondono più agevolmente dei termini estremi naturali, che sono il bianco e il nero.

Turcato non usa mai il bianco né il nero, né se ne sta dentro la stella convenzionale dello spettro. Come nelle vetrate gotiche, la luce passa liquida attraverso i suoi colori e da questi, così, naturalmente, si riflette sul campo della tela. Le radiazioni che compongono la luce stanno già, insomma, per un misterioso procedimento dell'intelletto e dell'occhio, nel colore prescelto. Quindi, è come se si depositassero sulla tela, riflettendo o assorbendo, facendo, cioè, avanzare il colore o allontanandolo. Turcato fa in modo globale quel che ogni grande colorista ha saputo fare nei secoli: modifica, varia, aggiusta, reinventa, esalta o appanna la qualità ottica di un colore. E fa sì che la luce penetri in esso fin nel fondo, in una terza dimensione ottica.

Di questa sua particolare disposizione al colore, Turcato stesso è stato il più dichiarato confessore. Nei suoi scritti, oltre che nelle sue opere, egli ha apertamente rivelato quanto percettive fossero, e sensibili, le qualità del suo occhio, quanto alto fosse il suo potere discriminatone per quella che i fisici chiamano la lunghezza d'onda. I critici, a loro volta, se ne sono resi interpreti da vari. angoli: «lussuose rosacee epidermidi» per Villa; «ciel hétérodoxe, réversible» per Murilo Mendes; «luminosità splendent » per Apollonio; «the persistent quietude» per Jasia Reichard; «fiction et rythme lyrique» per Zervos; «uno spazio carico d'emozione» per Lionello Venturi.

Ma la lettura più esplicita di questa esistenziale disposizione al colore sta nelle dichiarazioni semplici dello stesso Turcato. Vale la pena di rievocarne qualcuna: «Il colore, assieme al segno, è la parte principale della pittura» . «In questo momento mi pare si stiano sostituendo nuovi concetti sul colore, a quelli precedenti. Malgrado la corrente astratta, fino a poco tempo fa e date poche eccezioni, il concetto del colore era quello dettato dal Cubismo. Così avevamo ancora un atteggiamento sul colore. Per esempio, il periodo è triste o caotico, mi ribello di dipingere col colore, ma solo a bianco e nero o grigio. Così tutto si riduce a una funzione parziale anche se il pittore è molto dotato. C'è in tale modo un atteggiamento aprioristico. Con questo non dico che non si possa dipingere a bianco e nero. È il gesto di colorire in questo modo che riduce il fenomeno. In natura, effettivamente le cose vanno in modo molto più semplice ma» (si badi!) «più splendente. Per esempio, la gamma dei colori che la natura ha attribuito a un bruco o a un serpente non fa diventare questi animali più drammatici della balena o del pavone». . . . «Così, i colori del quadro sono in rapporto ai colori stessi. Quando l'opera sarà compiuta, il quadro impressionerà con i suoi attributi l'osservatore, ma non vi dovrebbe essere, per questo, contenuto drammatico costituito a indicare quale sarà l'effetto». Poi, saggiamente e lapalissianamente, conclude: «Il mio gesto di colorire è tale quale io sono e così io mi posso identificare nel quadro e gli altri si identificano in quello che ho espresso». Esattamente come accade.

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Turcato non è uso a smentirsi. Oggi ripercorre, nella pienezza della maturità, la lunga carriera di pittore che è stata la sua vita, quasi celiando e tuttavia con meditazione sempre attenta. «Tutti sanno — scriveva nel 1958 Lionello Venturi — che Turcato è un pittore nato, che vive per dipingere e che sin dalla prima giovinezza non ha fatto altro che dipingere». Niente di questa attitudine è mutato oggi. La giornata operosa di Turcato passa da uno studio all'altro, dei molti che ha a Roma. È una giornata sempre fervida di nuove invenzioni, di pensieri che tornano da lontano, di illuminazioni, di repentine, singolari aperture: ora le «gommepiume» o le «oceaniche», ora i quadri o gli oggetti, ora le sculture — l'exploit più recente —, come il «trio» della Libertà incatenata ( nella quale ultima, chissà se sia da vedere un contenutistico riferimento ai veneziani Piombi dove se ne ha il battesimo, o non piuttosto il senso frenetico della scoperta che il benché minimo condizionamento naturale potrebbe, nello spirito ribelle dell'artista, mutilare... ).

Colore e Libertà. Non sarà questo il blasone giusto per Turcato? A dire che egli è veneziano ai Veneziani si rischia il cliché. Ma occorre pur ricordare che Giulio Turcato, nato a Mantova, s'educò interamente in laguna. E spesso vi torna, tanto più da che s'è scaricato il polo d'attrazione della romana Piazza del Popolo, piazza degli artisti per due generazioni. Alle quali, anche, Turcato è stato maestro, ma senza lezioni. Se però la sua vicenda si esaurisse davvero tra Venezia e Roma, l'orizzonte di un artista di così grande levatura potrebbe apparire perfino costretto. Invece esso s'apre su tutta la « condizione storica » della pittura, traendo ogni stimolo dalle vissute esperienze, in Oriente come in Occidente, a Bisanzio o in Egitto, nell'arco della civiltà mediterranea e ben oltre da esso, nel vecchio e nel nuovo mondo, nelle avanguardie storiche e nelle libertà espressive di un tempo meno remoto.

In gioventù, Turcato fu un nomade. Ha continuato ad esserlo con l'agio più sorprendente. Ad ogni ritorno, evidentemente aveva captato qualcosa d'altro. Perché ad ogni nuovo tempo egli rimugina su cose che ha viste e rilevate. Sono sempre le forme e i colori che identifichino quel qualcosa d'altro. Ma lo passano anche al filtro più personale e anticonformista che la cultura pittorica attuale possa annoverare. Allora, come sempre è stato, rizampilla l'invenzione ed è fresca e sorgiva. Nuovi colori, a cascate, sono là sulle pareti, emblemi di un'esistenza che gioiosamente si rinnova tuffandosi nella Storia, ma senza parere.

Giovanni Carandente, 'Il colore di Turcato' in Giulio Turcato, cat. mostra, 22 agosto - 20 settembre 1974, Circolo artistico Palazzo delle Prigioni Vecchie, Venezia, 1974