Biografia critica
Infanzia, adolescenza e prime influenze: 1912 – 1933

L’infanzia di Giulio Turcato è simile a una fotografia sfuocata degli anni Venti, ed è arduo ricostruirne la narrazione a partire dalle poche testimonianze rimaste dei suoi elusivi racconti e dai ricordi di altre persone.

Ciò che sappiamo è questo:

Nasce a Mantova il 16 marzo 1912, da Carlo Turcato, Commissario del Regio Deposito dei Monopoli di Sali e Tabacchi, e da Margherita Sartorelli, entrambi originari di Venezia. Poco dopo la sua nascita, i Turcato si trasferiscono a Rizzo, in Calabria. Nel 1920 approdano a Venezia. Le Biennali e il patrimonio artistico della città eserciteranno un innegabile influsso su Turcato bambino. La sua sensibilità alla luce e al clima della Laguna traspira dalla ricerca sul colore che predomina lungo tutta la sua carriera. Turcato era orgoglioso di essere veneziano, e osservava che l’ironia tipica della sua opera “è un carattere un po’ veneziano, e me lo porto dentro da sempre." 1

Stando a Turcato, sebbene il fratello di sua madre avesse avuto qualche successo come pittore, la famiglia avrebbe preferito per lui qualsiasi professione a quella di artista. 2 All’età di 16 anni, Turcato si iscrive all’Istituto d’Arte, e lo frequenta dal 1928 al 1933; in seguito, nel 1934, completa un corso di disegno dal vero presso La scuola libera del nudo.

Il periodo nomadico: 1934 – 1943

Nel 1934 Turcato viene arruolato nel Corso allievi ufficiali per l’addestramento da ufficiale militare, ed è inviato a Palermo. In Sicilia manifesta sintomi di tubercolosi, e fa ritorno a Venezia per trascorrervi un periodo di riposo. Una volta guarito inizia a lavorare come disegnatore tecnico per l’architetto Gastone Breddo. Nello stesso anno le sue opere appaiono per la prima volta in una mostra collettiva, nell’ambito della IV Mostra dell’Artigianato di Venezia.

Due anni dopo, nel 1936, Turcato si trasferisce a Milano. Gli anni che seguono, fino al 1940, sono stati definiti dall’artista stesso ‘periodo nomadico’. Dopo aver sofferto un’”estate torrida e desolata”, dormendo da barbone sulle panchine della Stazione Centrale, il giovane artista trova lavoro presso lo studio dell’architetto Giovanni Muzio, inventore, insieme a Giò Ponti, del Nuovo Design. 3 Nel 1937 tiene la sua prima personale a Milano. 4 Inoltre, conosce gli artisti del gruppo di resistenza clandestino Corrente, fra cui Renato Birolli: tracce del suo espressionismo Milanese si rinvengono in alcune delle prime opere di Turcato, ad esempio in Maternità (1942). 5

Una seria recrudescenza della tubercolosi lo colpisce nel 1939, e l’artista è ricoverato in una sanatorio a Feltre, nel Veneto. Il luogo è “pieno di operai e impiegati tubercolosi, i più contentissimi di star lì, per evitare la guerra imminente.” 6 L’artista ricorda la malattia come parte della propria formazione artistica: “tale stato mi ha fatto pensare che non si possono dare elementi così precisi e teorici a tutto quello che vediamo.” 7 Nel 1941, dopo aver trascorso un periodo nella solatia Roma, per garantire una completa guarigione, torna a Venezia, dove per un anno insegna disegno presso un istituto tecnico a Portogruaro.

Mentre gli eventi bellici imperversano sulla vita di tutti, Turcato trova lo stesso il tempo per dipingere. Nel giugno 1943 la sua Natura morta è esposta alla IV Quadrenniale di Roma, la maggiore mostra d’arte italiana dagli anni Trenta. Poco dopo, in seguito all’Armistizio dell’8 settembre 1943, fra gli artisti e gli intellettuali italiani si sviluppa un movimento a sostegno della Resistenza alla guerra. Lo stesso Turcato rischia di essere reclutato sotto l’occupazione nazista, a Venezia, dove compaiono manifesti che intimano a tutti i coscritti di presentarsi presso il quartier generale tedesco della città. Si sparge la voce che lo scopo dei nazisti sia quello di reclutare un nuovo esercito per la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini. La madre di Turcato insiste perché il figlio si arruoli, e lava e stira l’uniforme da sottotenente che il figlio aveva indossato nei giorni del servizio militare in Sicilia. Turcato, tuttavia, si rifiuta di accettare ciecamente gli ordini delle autorità, e si dirige verso Roma con altri partigiani veneziani, per lottare contro i fascisti. 8

Giunti a Roma, i partigiani impiegano la maggior parte del tempo a trasportare copie dell’Unità, l’organo del Partito Comunista Italiano (PCI), prelevate a Termini e quindi portate a casa di Renato Guttuso per lo smaltimento e la distribuzione. 9 In qualità di combattente partigiano, Turcato partecipa anche a manifestazioni politiche e attira l’attenzione delle SS, sfuggendo per un soffio alla cattura quando i nazisti vengono a cercarlo nella sua pensione. Tuttavia, le SS non lo trovano perché è stato ricoverato all’ospedale Forlanini, a causa di un peggioramento delle condizioni dei suoi polmoni.10 Qui ricambia la gentilezza dei medici donando loro alcuni suoi schizzi e dipinti.

La politica dell’astrazione: 1944 – 1956

Le biografie spesso sorvolano sui dieci anni della carriera di Turcato che seguono alla Guerra. In realtà questo periodo è riconosciuto come quello in cui si radicano gran parte della ricerca dell’artista e le sue tendenze e scoperte future. Studiare il modo in cui Turcato lotta per conciliare la fede politica con il desiderio di libertà artistica, favorisce la comprensione di tutta la sua produzione successiva.

L’interesse del PCI per la cultura e per i suoi effetti sul rinnovamento della società si rivela chiaramente già prima della definitiva liberazione dell’Italia, in occasione della mostra L’Arte contro le barbarie, tenutasi nell’agosto 1944 presso la Galleria di Roma e sponsorizzata dall’Unità. In questa mostra, la generazione degli artisti emergenti (Turcato, Guttuso, Leoncillo, Mafai e altri) reinterpreta famosi dipinti rivoluzionari; Turcato ridipinge la Difesa di Pietroburgo di Deineka.11 Antonello Trombadori, critico d’arte ufficiale del PCI, elogia gli artisti per la loro dedizione alla causa dei lavoratori, ponendo la chiarezza del loro messaggio in contrasto con altri stili pittorici più oscuri e introspettivi, e concludendone che “la parola d’ordine per l’arte e per gli artisti è RESPONSABILITÀ”.12

In effetti Turcato dimostra il suo senso di responsabilità civile e il suo entusiasmo politico il 25 aprile 1945, giorno della liberazione nazionale, organizzando un gruppo di partigiani che occupano il teatro Goldoni di Venezia per mezz’ora, proclamando al pubblico, e persino ai miliziani fascisti lì presenti, la fine imminente dell’occupazione di regime. 13 Dopo la liberazione, Turcato si stabilisce a Roma, dove continua a dipingere pur tenendo fede ai propri impegni politici e sociali, e iscrivendosi al PCI, ora capeggiato dal carismatico intellettuale Palmiro Togliatti.

La grande quantità di gruppi artistici e culturali fondati negli anni del Dopoguerra evidenzia il generale desiderio della nazione di costruire una nuova realtà sociale e politica. Nell’autunno del 1945, nell’ambito dell’avanguardia, Turcato contribuisce alla fondazione dell’Art Club, la prima associazione d’arte italiana, insieme all’ex-futurista Enrico Prampolini e all’artista polacco Joseph Jarema, partecipando anche alla prima mostra dell’associazione, I Mostra dell’Art Club, presso la Galleria San Marco. Prampolini intende l’Art Club come uno spazio in cui gli artisti possono esporre ma anche incontrarsi in via informale, e dove, in una visione più ampia, sono in grado di collegarsi alla comunità artistica internazionale attraverso un linguaggio innovativo e universale.

Questa svolta internazionalista è promossa, fra l’altro, dalla mostra Pittura francese d’oggi, organizzata da Palma Bucarelli nel 1946 presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna. La presentazione delle ultime scoperte pittoriche fra i giovani artisti francesi esercita un’influenza profonda sulla nuova generazione di artisti italiani, e Turcato inizia a deviare dall’arte figurativa fin dal 1946. Il suo Paesaggio di Roma (1946), ad esempio, è una delle sue prime astrazioni, in cui forme disposte a collage alludono a una realtà irriconoscibile. L’opera è esposta ai Giardini di Castello, nei Padiglioni della Biennale di Venezia, nel giugno 1946.

Oltre all’Art Club, l’anno successivo Turcato entra a far parte o fonda almeno altri tre importanti gruppi. Firma il manifesto della Nuova Secessione Italiana nell’ottobre 1946 (poi ribattezzata Fronte Nuovo delle Arti un mese dopo). Sotto la guida del critico Giuseppe Marchiori, il gruppo ricerca un credo estetico comune, nel tentativo di disfarsi di un’eredità fascista in declino e partecipare alla ricostruzione del paese. Nel dicembre dello stesso anno, Turcato è coautore, insieme a Fazzini, Guttuso e Monachesi, del Manifesto del neo-cubismo, che esprime l’esigenza di raffigurare la realtà attraverso un “rinovamento del linguaggio”.14 Infine, il 15 marzo 1947, dopo un viaggio formativo a Parigi durante le festività natalizie, Turcato è fra gli altri otto artisti che redigono il manifesto di FORMA 1, collettivo che dichiara di praticare un’arte non solo marxista ma anche formalista, rintuzzando così l’estetica conservatrice del PCI. Infine, il 15 marzo 1947, dopo un viaggio formativo a Parigi durante le festività natalizie, Turcato è fra gli altri otto artisti che redigono il manifesto di FORMA 1, collettivo che dichiara di praticare un’arte non solo marxista ma anche formalista, rintuzzando così l’estetica conservatrice del PCI.

Il viaggio a Parigi è organizzato come scambio fra artisti italiani e francesi dall’organizzazione comunista Fronte Nazionale della Gioventù. Turcato, Consagra, Maugeri, Attardi, Sanfilippo e Accardi visitano gli studi di Picasso, Léger e Giacometti, vedono le opere di Klee e Kandinsky nei musei e incontrano Brancusi, Arp, Laurens e Hartung.15 Parigi, allora “Capitale delle Arti”, mette questi artisti di fronte al mondo dell’avanguardia internazionale. Il gruppo riesce anche a vedere opere italiane futuriste, che in Italia dopo la Guerra erano state per lo più bandite dagli spazi espositivi, per la loro presunta attribuzione fascista, e che tuttavia permettevano a questi artisti di identificarsi con un movimento Italiano di respiro internazionale. 16 FORMA 1 nasce dopo che gli altri tre artisti (Perilli, Dorazio e Guerrini) si recano anch’essi a Parigi nella Pasqua del 1947 per uno scambio analogo. In aprile pubblicano l’unico numero della rivista FORMA 1, contenente un articolo di Turcato, Crisi della pittura, che lamenta la mancanza di innovazione dell’Italia e la sua nostalgia per un passato antiquato. Si deve attendere l’ottobre 1947 per la mostra inaugurale ufficiale di FORMA 1, che si tiene presso l’Art Club e presenta opere di Turcato, Consagra, Dorazio, Guerrini, Maugeri e Perilli.

Nel giugno di quello stesso anno, dopo aver partecipato alla Prima Mostra del Fronte Nuovo delle Arti a Milano, alla Galleria della Spiga, Turcato diventa ufficialmente un Frontista. Nell’ambito della mostra, il critico Corrado Maltese presenta quattro delle sue prime opere interamente aniconiche - Composizioni - del 1947. Turcato ripropone questi pezzi un anno dopo, nel giugno 1948, in occasione della mostra del Fronte Nuovo delle Arti, allestita nel Padiglione Italiano della prima Biennale di Venezia dopo il 1942. Questa liberazione dai vincoli della figuratività è breve, e termina con l’avvento del primo Cominform, nel settembre 1947, e del suo incontro parallelo, tenutosi nell’ottobre 1948. Il Ministro della Cultura Sovietico, Andrei Zhdanov, pronuncia gli editti che irrigidiranno le politiche culturali del PCI e, di conseguenza, gli stili artistici dei suoi membri: alla fine del 1947 nell’astrazione di Turcato compaiono ancora una volta riferimenti figurativi.

Mentre Turcato combatte per mantenere un proprio personale orientamento in pittura, a livello più generale crescono i dissensi fra astrattisti e realisti, che culminano nell’impasse del novembre 1947, quando Trombadori, in un articolo su l’Unità, recensisce una mostra di opere realiste di Corrado Cagli presso la Galleria Palma, elogiando la sua arte, cogliendo l’occasione per attaccare FORMA 1, e proponendo, con atteggiamento di superiorità, Cagli quale mentore dei giovani artisti astratti. 17 Per difendersi, gli artisti di FORMA 1, Turcato e Consagra per primi, disegnano un manifesto offensivo, da affiggere la sera dell’inaugurazione della mostra, che riproduce dipinti realizzati da Cagli durante il suo periodo giovanile fascista. L’inaugurazione degenera in una violenta rissa fuori dalla galleria, che vede due fazioni scontrarsi e innalzare un muro fra realisti e Scuola astrattista romana.

Il 1948 è un anno di rivolgimenti politici, e il PCI è in competizione con la Democrazia Cristiana alle elezioni nazionali. Le tensioni crescono, soprattutto perché gli aiuti del piano Marshall saranno sospesi in caso di vittoria del PCI. Ma il 18 aprile 1948 il PCI è sconfitto dalla Democrazia Cristiana e, trovandosi escluso dal governo, si rivolge a Mosca per ottenere sostegno finanziario e protezione. 18

Grazie al sostegno sovietico, il PCI vede aumentare le proprie disponibilità finanziarie e inizia di nuovo a commissionare arte di partito. In qualità di membro, nel 1948 Turcato viene inviato in Sicilia insieme a Guttuso, Armando Pizzinato e ad altri per assistere all’occupazione delle terre incolte e fornirne testimonianze pittoriche. I dipinti che Turcato realizza su questi avvenimenti, ad esempio La Presa delle Terre, rivelano la loro potenza visiva nell’abolizione totale di ogni sentimentalismo: l’artista riesce a mantenere un equilibrio sottile, evitando consapevolmente la retorica e il pathos richiesti dal PCI e, allo stesso tempo, attenendosi al modello illustrativo e propagandistico in linea con gli editti del PCI.

Il coinvolgimento di Turcato nell’attivismo comunista si rinnova quando, nell’agosto 1948, visita la Polonia come membro di un gruppo di 40 delegati al Primo Congresso Globale degli Intellettuali per la Pace, tenutosi nell’allora Breslavia e il cui scopo era di cementare ulteriormente la rigida ideologia culturale del PCI. Durante il suo soggiorno in Polonia, l’artista visita Cracovia, Auschwitz, Lodz e Varsavia. Dal viaggio aereo verso la capitale bombardata trae ispirazione per la prima versione di Rovine di Varsavia, presentata nel 1949, che gli vale ancora una volta le lodi del PCI, in quanto artista pronto a ignorare la precedente, deviante fase astratta della Biennale del 1948.

Nell’autunno 1948, il PCI assume una posizione più che mai conservatrice riguardo all’arte. Roderigo di Castiglia, alias Palmiro Togliatti, firma una recensione negativa sulla collettiva Prima Mostra Nazionale d’Arte Contemporanea tenutasi a Bologna, a cui partecipava anche Turcato, definendola una “raccolta di mostruosità”, nel tentativo di allontanare gli astrattisti dal PCI e di eliminare alcune tendenze stilistiche ritenute inaccettabili fra gli artisti comunisti. 19

Turcato, Guttuso, Mafai, Consagra e altri artisti partecipanti scrissero una lettera a Rinascita, in cui lamentavano la ‘mancanza di discernimento’ di Roderigo.20 Sebbene questa mossa abbia successo nell’allontanare parecchi astrattisti, Turcato, Consagra e altri mantengono invece il loro fermo impegno a favore dell’ideologia del PCI. Turcato avrà a dire, più tardi, che ‘All’epoca avevamo sperato che i comunisti proponessero un’alternativa; invece vogliono solo che si rappresenti il dramma, anche se non c’è dramma. Così si cade nella retorica, che è il maggior pericolo del figurativismo.’21

Per chiarire la propria posizione dopo gli eventi di Bologna, Turcato, Corpora e Consagra organizzano una contro-mostra alla Galleria del Secolo, nel gennaio 1949. Questa scelta, che prefigura lo scioglimento e, infine, l’estinguersi del Fronte Nuovo, permette agli artisti di differenziare la propria arte ibrida all’interno della contesa, ancora in corso, fra astrattisti e realisti.

In occasione della Biennale di Venezia del 1950, il Fronte Nuovo, che nella precedente Biennale aveva esposto come gruppo unico, viene ora diviso in due stanze, i Realisti nella Stanza XXX e gli astrattisti nella Stanza XLIII, dove Turcato espone, fra le altre opere di ispirazione sociale, Comizio del 1950, ora considerata una delle sue opere più famose e influenti.

In un clima di Guerra Fredda che si fa sempre più paranoico, l’opera di Turcato rispecchia nuovamente quell’attaccamento all’ideologia comunista che aveva già manifestato intorno alla metà degli anni Quaranta. Nel 1950, l’intervento degli Stati Uniti in Corea, contro la Cina e l’Unione Sovietica, provoca un’indignata sollevazione dei comunisti in ogni parte del globo. Insetti dell’epidemia (1952), una delle opere più surrealiste di Turcato, fa riferimento all’accusa comunista per cui le forze americane nella Corea del Nord avrebbero attaccato con armi biologiche, accusa successivamente smentita e svelata quale parte integrante di una campagna sovietica di disinformazione. 22 Il sentimento anti-americano che pervade l’intellighenzia italiana di sinistra si rafforza ulteriormente dopo la visita a Roma del Generale Eisenhower che, nel gennaio 1951, ordina la chiusura della seconda mostra del ciclo Arti contro le barbarie, presso la Galleria di Roma, in cui anche Turcato era stato incluso.

Nel 1952, in un mercato artistico ancora depresso, l’Italia lotta per un riconoscimento da parte della comunità artistica internazionale. Il critico Lionello Venturi invita Turcato, Afro, Birolli, Corpora, Moreni, Morlotti, Santomaso e Vedova a unirsi al suo Gruppo degli otto. Sotto la sua egida, Turcato espone cinque pezzi alla Biennale del 1952, fra cui un’opera ispirata dalla Guerra di Corea: Massacro al Napalm (1952), oltre a Insetti dell’epidemia.

Turcato nutre una profonda ammirazione per Venturi, e lo loda quale “punto d’incandescenza di tutta la situazione di quegli anni. È stato il vento critico che ha portato da noi l’aria europea e Americana, mettendo in crisi tutto il resto della cultura”23, pur riconoscendo che, quanto ai gruppi, preferiva muoversi senza di essi, “perché nei gruppi prima o poi andava a finire che si creavano delle regole, delle convenzioni restrittive, una specie di ortodossia estetica.”24 Nel 1954, dopo una mostra itinerante in Germania, il Gruppo degli otto infine si scioglie.

Nel novembre 1952, Enrico Prampolini scrive il saggio per il catalogo della mostra personale di Turcato alla Cassapanca di Roma, in Via del Babuino, dove l’artista espone undici dipinti, fra cui figurano le prime opere della serie Giardini di Miciurin. Questo ciclo di dipinti, più decorativi rispetto al resto della produzione, è dedicato al biologo russo Ivan Vladimirovich Michurin, le cui teorie si prefiggevano di combattere la fame nel mondo. Un anno dopo, nell’ottobre 1953, Trombadori avrebbe elogiato ancora una volta la serie completa, in occasione di un’altra mostra personale presso la Galleria del Naviglio di Milano, ammettendo che “[…] per Turcato l’esperienza astrattista non blocca minimamente il suo notevole talento pittorico, la sua fantasia sottile, il suo sentimento generalmente elegiaco, ma sempre vivo e penetrante”.25

Mentre il simbolismo comunista è ancora presente e vivo nella serie dedicata a Michurin, il Ricordo di San Rocco esposto alla XXVII Bienniale del 1954 annuncia l’arrivo di nuove idee. Dipingendo un santo ricoperto di banconote, immagine ispirata a un rituale religioso di cui Turcato era stato testimone in un villaggio del Suditalia, l’opera è un’ironica allusione al valore simbolico del denaro, ma anche alla sua attuale mancanza di valore. In tal modo, rigettando i precetti del realismo socialista, l’artista sembra anticipare l’Arte Povera. Nondimeno, nella prima versione del dipinto, Turcato non utilizza banconote autentiche, perché la sua condizione di povertà non glielo permette. (In una reinterpretazione più tarda del tema, Lenzuolo di San Rocco 1960, raggiungerà un livello di stabilità finanziaria tale da poter attaccare vere banconote alle sue opere.)

Nel giugno 1956, pochi mesi dopo le rivelazioni del presidente Krusciov sui crimini di Stalin commessi in febbraio e qualche mese prima dell’invasione sovietica dell’Ungheria, avvenuta in ottobre, Turcato, imperterrito, si reca in viaggio in Cina con una delegazione del PCI, ed espone a Shanghai con Sassu, Tettamanti, Zancanaro, Raphael e Fabbri nella mostra Cinque Pittori Italiani in Cina.

Le impressioni che Turcato riporta da quel paese sono raccolte in un quaderno compilato dalla futura moglie, Vana Caruso, e contenente litografie di schizzi e due pagine di scritti.26 La sua adorazione senza riserve per i cinesi (“Una folla gaia e operosa […] vestiti dell’abito cinese attuale - standard, ma molto elegante nella sua semplicità”) sembra indicare una visione idealizzata e pura del comunismo, e la speranza che infine la causa possa prevalere: “gli stipendi - in molti casi non molto alti - ma che danno una base momentanea di minimo indispensabile a tutti, e che col tempo potrà diventare agiatezza.”27 La fascinazione di Turcato per il sistema politico comunista e per la sua aderenza agli ideali marxisti riflette la posizione di molti intellettuali italiani post-fascisti, atteggiamento che cambia radicalmente dopo che le truppe sovietiche invadono Budapest. Fra il 1956 e il 1957 il PCI perde 210,000 iscritti.28

È difficile ottenere informazioni precise sulla data in cui Turcato abbandona il PCI. Tuttavia si può dedurre che la rottura con il passato sia avvenuta intorno al 1956. A partire dalla serie del Deserto dei Tartari, il suo stile pittorico sposa senza riserve l’Informale, pur mantenendo riferimenti, seppur sporadici e transitori, alla figurazione, anche nei primi anni Settanta, come si può notare in La Passeggiata, del 1972. Dieci anni dopo, nel 1966, Turcato spiega, in un’intervista, il motivo per cui ha lasciato il PCI: “Perchè, a parte le considerazioni politiche, nel PCI non esiste un minimo di libertà d’espressione per gli artisti. L’equivoco sta nel fatto che ti dettano come devi dipingere, come devi seguire un determinato schema figurativo. Che poi ora ci sia qualcuno che fa l’espressionista non vuol dire nulla. Per il PCI tutta la pittura che non si adegua a certe direttive è pittura borghese. Cioè, pittura di una società marcia.” 29

Oltre lo spettro: 1957 - 1963

Dopo aver stracciato la sua tessera del PCI e quindi, simbolicamente, abbandonato l’obiettivo di servire l’ideologia del PCI con la pittura moderna e astratta, l’arte di Turcato si evolve verso un’astrazione sempre più rarefatta e caratterizzata da rappresentazioni oniriche. Un’intensa ricerca sul colore diventa quindi la sola e unica ideologia che sembra disposto a sostenere.

Dopo il viaggio in Asia, gli ideogrammi cinesi lo perseguitano e iniziano a comparire nelle sue opere, nella serie delle Mosche cinesi (1957). Gli ideogrammi, secondo Turcato, sono “rappresentazioni formali fattive ed emotive del modo di esprimersi”, e corrispondono quindi alla definizione dell’avventura informale, in cui si era imbarcato un decennio prima. 30

Dopo un anno di mostre, in Italia e all’estero, e l’attenzione di grandi critici come Venturi o Enrico Crispolti, il riconoscimento pubblico di Turcato raggiunge nuove vette nel 1958, quando gli viene offerta una stanza personale alla XXIX Biennale di Venezia, in cui vince il premio nazionale Commissariato per il Turismo. Nel 1959 l’artista fa ormai parte del circuito artistico internazionale: partecipa a Documenta II a Kassel ed espone presso il New Vision Centre di Londra.

Nel 1959 l’VIII Quadrenniale romana organizza una mostra intitolata Sguardo alla giovane scuola romana dal 1930 al 1945; la fase di selezione provoca scontento fra gli artisti astratti. In un’intervista, Turcato condanna il comitato organizzativo della Quadriennale e il suo segretario generale, Fortunato Bellonzi. 31 Successivamente, per l’edizione di maggio della rivista Arte Oggi, Turcato scrive un articolo che intitola Conformismo: pigrizia mentale, in cui divide la pittura contemporanea in due correnti principali - Informale e Dada – per poi avvertire i critici italiani che “il pericolo è pensare di sapere tutto” , soggiungendo che “questo giustifica il conformismo, che equivale a pigrizia mentale.’ 32

La sperimentazione dello stesso Turcato intorno a una sorta di neo-dadaismo inizia negli anni Sessanta, che inaugurano una fase più concettuale, ironica e ludica nella sua opera. In Tranquillanti (1961), ad esempio, Turcato usa pasticche di sedativo come parte integrante di una rappresentazione siderale delle nevrosi contemporanee. La Pelle, ricreata fra il 1961 e il 1963, evoca, per mezzo di un effetto-collage, pelli di braccia femminili che penzolano dal finestrino di un treno.

L’ultimo gruppo con cui Turcato si allinea è, nel 1960, Continuità, il cui promotore, Giulio Carlo Argan, si preoccupa di sottolineare la “mancanza di un gruppo”, scrivendo che gli artisti di questa mostra non formavano un gruppo e non avevano una direzione comune. 33 Con il sostegno di Argan, Turcato ottiene anche una personale presso il New Vision Centre di Londra nel gennaio 1961 mentre sotto l’egida di Continuità, l’opera di Turcato venne esposta insieme a quella di Novelli, Perilli, Dorazio, Consagra, Bemporad, Giò e Arnaldo Pomodoro, in varie gallerie d’Italia fino al 1962. 34

Nell’estate del 1962, Turcato si reca New York ‘da semplice turista.’35 Della città dirà: “New York non si può vederla nella cartolina ma nella realtà; dà un’idea grandiosa di quello che può fare il lavoro […] Quello che mi ha interessato di più dal punto di vista di una cultura popolare con uno sfondo scientifico è il Museo di Storia Naturale. [...] Per quanto riguarda il Guggenheim trovava l'architettura interessante ma che nascondeva i dipinti. Una mostra di dipinti figurativi al Museum of Modern Art lo sorprese e lo vide come "indubbiamente un segno che non si crede più troppo nell’astrattismo”. 36 Nel 1963 Turcato rende omaggio alla città dipingendo le sue impressioni nella serie Ricordo di New York.

Sono anni di grande cambiamento e il boom economico influisce sullo stile di vita italiano e sul benessere economico personale. Turcato comincia a includere nelle sue opere dollari falsi, come le banconote di Composizione argento con dollaro del 1962. Ma più dell’economia sarà l’astronomia a colpire l’immaginazione dell’artista, il volo spaziale. Nel 1961 a un mese di distanza il cosmonauta sovietico Yuri Gagarin e l’astronauta statunitense Alan Shephard orbitano intorno alla Terra. Turcato dipinge Astronomica (1959), Cosmogonia (1960) e Tranquillanti per il mondo (1961). Avendo sentito dire che il colore viene percepito diversamente nello spazio extraterrestre, nel 1962 comincia a sperimentare con la serie Fuori dallo spettro. Dieci anni più tardi questi sperimenti culmineranno in una mostra di sette opere, intitolata Oltre lo spettro, presso la galleria Square di Milano nel 1972.

L'interesse del Maestro per la scienza astronomica è stata ricordata da mio padre, Ettore Caruso, presidente dell’Archivio Turcato, che racconta come nel 1962 lui e Turcato avessero guardato in televisione una conversazione tra John Kennedy e Werner von Braun, il capo progettista del Saturn V che avrebbe spinto nel 1969 la navicella Apollo sino alla Luna. La trasmissione affascinò Turcato e lo incoraggiò a proseguire le sue esplorazioni astro-scientifico-artistiche.37 Nel 1964, l’anno in cui Robert Rauschenberg vince la Biennale di Venezia con Retroactive I, Turcato produce la prima delle sue Superfici lunari, fatta di strisce riciclate di materassi di gommapiuma ad imitazione della superficie butterata della Luna. I primi accenni dell’interesse dell’artista per la natura dello spazio profondo compaiono nel 1959, con l’uso delle sabbie colorate che cambiano colore secondo l’illuminazione che ricevono e la posizione dell’osservatore.

In una deviazione dalla sua ricerca sulla pittura, e in risposta a un manifesto polemico letto in occasione del XII Convegno di Verucchio nel 1962, Turcato crea una serie di strutture sui temi denaro, medaglie e premi. Con l’utilizzo di monete e giocattoli intraprende di fatto il suo primo esperimento di arte tridimensionale. Macchinette, Sputnik, Con Barattolo, ecc., realizzati fra il 1963 e il 1964, vengono esposti presso la Galleria Il Segno nel gennaio 1964.

Porte d'Egitto: 1964 – 1973

Il 23 gennaio 1964, Turcato sposa la cineasta Vana Caruso, dopo aver convissuto con lei per dieci anni. In seguito raggiunge la consorte in Egitto, sul set del film La Bibbia, diretto da John Huston. Quest’ultimo lo esorta a dipingere durante il suo soggiorno in Egitto. L’artista ricorda: “A un certo tempo arriviamo a Ismailia, ai confini del deserto. E John mi guarda e mi dice: noi stiamo qui a lavorare, anche tu lavora, vai nel deserto e dipingilo. Io ci sono andato e per dieci giorni l’ho dipinto. Poi mi sono stancato, sono andato al Cairo che è tutto il contrario del deserto.”38 Il viaggio gli fornisce l’ispirazione per dipingere Porta d’Egitto, nel 1965, nonché Pronunciamento, considerata una delle sue opere più importanti, terminata nel castello di Huston, a Galway, in Irlanda, per una mostra presso la Marlborough Gallery di Roma nel 1965.

Nel 1966 Turcato fa un ritorno trionfale alla Quadriennale di Roma, dove vince il Premio della Presidenza del Consiglio, e il suo successo è coronato dall’acquisto di una delle opere della serie Superficie Lunare da parte della Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Espone altre opere della serie nella sua stanza personale alla XXXIII Biennale di Venezia. Queste opere imitano la superficie bucherellata della lune e sono realizzate in schiuma di poliuretano, in una fase in cui l’artista interrompe bruscamente il lavoro con la tela, approfondendo la propria sperimentazione su materiali diversi. Questo è anche il periodo in cui inizia a confezionare gioielli, in seguito esposti in una mostra presso la galleria Ca’ d’Oro di Milano, nel 1980.

Nell’inverno del 1970, Turcato si reca in viaggio in Kenya. Ne ricava l’ispirazione a creare le sue prime serie di sculture, Oceaniche, esposte alla Biennale di Venezia nel 1972. Queste sculture falliche alte 3 metri, paragonate a colorate tavole da surf, possono anche essere associate ai dipinti della stessa epoca, che vanno sviluppando una loro carica erotica, come ad esempio La passeggiata (1972) o Segnico (1973). Queste ultime opere coincidono con il periodo in cui la moglie si reca a New York per la preparazione di un film, e l’artista, dal canto suo, sprofonda talvolta in gravi crisi di alcolismo.

Libertà: 1974 - 1995

Nell’estate del 1974 è esibita per la prima volta, al Palazzo delle Prigioni Vecchie di Venezia, la seconda serie scultorea di Turcato, Libertà. Di queste opere, Turcato scrive che ‘Le Libertà sono strutture longilinee in spinta verso l’alto, per cercare di evadere verso uno spazio più consono alla loro natura.’ 39

La sua natura pluralista spinge l’artista anche verso il teatro e la scenografia, un campo in cui si era già cimentato nel 1951, quando aveva dipinto Pittura decorativa per il Teatro Carlo Felice di Genova. 40 Dopo il viaggio in Kenya scrive una breve azione teatrale, che fissa in forma di fotografie ma non mette mai in scena. Nel 1972, tuttavia, è coinvolto nella realizzazione del dramma di Ernesto D’Orsi Il Momento di Giuda in qualità di scenografo, rappresentato al Teatro delle Muse di Roma.

Nel 1974 Italo Mussa e Giovanna dalla Chiesa curano una sua mostra antologica completa presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma, in cui vengono presentate più di 300 opere di Turcato dal 1945 al 1974. Questa grande esposizione è la seconda mostra antologica a lui dedicata, dopo quella di Palazzo Ancaiani a Spoleto, curata da Giovanni Carandente. Da questo momento in poi, l’artista viene invitato a tenere una serie di mostre analoghe che, dopo quella di Bucarest del 1979 e quella di Ginevra del 1980, culmina in una retrospettiva presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma nel 1986, curata da Augusta Monferini, con opere provenienti dalla collezione Natale, databili fra gli anni Quaranta e Cinquanta, e che non erano più state viste dopo la prima esposizione. In questi anni sono pubblicate due importanti monografie: la prima nel 1971 di Giorgio de Marchis con un'introduzione di Pierre Restany; la seconda nel 1982 di Flaminio Gualdoni che include un’intervista dell’autore a Turcato ricca di significative dichiarazioni e memorie.

Artista di fama internazionale, Turcato espande i propri confini creativi: continua a cercare di dipingere i colori “oltre lo spettro” nei Cangianti e comincia a progettare gioielli e scenografie che culminano nella coreografia di danza moderna Moduli in Viola/Omaggio a Kandinsky. Questo fu messo in scena per la prima volta durante la Biennale di Venezia del 1984 al Teatro Goldoni su musiche di Luciano Berio e coreografia dell’attore e ballerino Min Tanaka. Nel 1985 ci fu la rappresentazione al Teatro Antico di Taormina con la coreografia di Yamanouchi.

I dipinti di Turcato degli anni ottanta e primi novanta non furono limitati all’astrazione come riflessione soggettiva delle sue impressioni, ma cercavano in continuazione un’ ‘altra’ dimensione, dipingendo ‘i colori che non si vedono ma si percepiscono con l’effetto di accostamenti anche in termini estremi, colori inventati perché vaganti nell’aura terrestre e oltre di essa’.41 Sviluppa in questo senso la sua ultima serie delle Cangianti. Questi dipinti fanno parte del lavoro dell’artista sui pigmenti fosforescenti, che rendono visibili i quadri nell’oscurità.

Un numero importante di mostre marcarono gli ultimi anni della sua vita, tra i quali uno curato da Gérard George Lemaire al Castello Cinquecentesco a L’Aquila e uno da Maurizio Calvesi al Museo di Arte Moderna di Ca’Pesaro a Venezia, entrambi nel 1990. L’ultima personale dell’artista, Vedendo, risale al 1992 ai Banchi Nuovi a Roma dove mise in mostra gli ultimi bei quadri della sua produzione. Nel 1994 le sue opere furono incluse nella mostra di Germano Celant The Italian Metamorphosis: 1943 – 1968 al Museo Guggenheim di New York. Poco dopo la chiusura della mostra un obituario appare in The New York Times: Giulio Turcato, ‘membro prominente dell’avanguardia italiano del dopoguerra’, muore all’età di 83 anni il 22 gennaio 1995 nella sua casa a Roma in Via del Pozzetto.42 Si era trasferito lì dallo studio nella “piccola qasba” di via Margutta dove aveva vissuto nei primi anni romani. Nel discorso funebre in Santa Maria del Popolo, Piero Dorazio tocca i punti salienti della sua vita, osservando che Giulio Turcato “personificava l’anti accademia, ignorava la logica comune perché la sua mente organizzava il dubbio spontaneamente a modo suo, in un ordine superiore”.

Nella primavera dopo la sua scomparsa, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna organizza un Omaggio a Giulio Turcato, presentando quattro sue storiche opere d’arte: Rivolta (1948), Superficie lunare (1965), Ricordo di San Rocco (1954) e Ricordo di New York (1963). Da allora, l’opera di Turcato viene rimemorata regolarmente in mostre collettive e personali in Italia e all’estero.

© Martina Caruso


Note a piè di pagina
1 Flaminio Gualdoni, Turcato, Essegi, Ravenna 1982, p. 74.

2 Giulio Turcato in un’intervista ad Antonella Amendola per il “Corriere della Sera” 13/02/1984, provenienza: Archivio Turcato.

3 ‘Approdai a Milano e mi ricordo un’estate torrida e desolata. Non sapevo come sbarcare lunario e veramente ci furono frangenti terribili…’ ibid.

4 Cesare Vivaldi, Giulio Turcato, in “L’esperienza Moderna,” n. 2, Roma, agosto-settembre 1957, p. 16.

5 Il quadro viene presentato alla XXIII Biennale di Venezia, in cui Turcato vince il Premio Cassa di Risparmio.

6 Intervista non datata di Germano Lombardi a Giulio Turcato; provenienza: Archivio Turcato.

7 Giorgio de Marchis, Turcato, Prearo Editore, Milano, 1971, p. 130.

8 Ugo Pirro, L’Osteria dei pittori, Sellerio editore, Palermo, p. 135.

9 Adrian Duran, Il Fronte Nuovo delle Arti: Realism and Abstraction in Italian Painting at the Dawn of the Cold War, 1944–50, tesi di dottorato inedita, University of Delaware, Newark 2006, p. 89.

10 Intervista non datata a Giulio Turcato di Germano Lombardi.

11 Nicoletta Misler, La via italiana al realismo: la politica culturale artistica del PCI dal 1944 al 1956, Gabriele Mazzotta Editore, Milano 1973, p. 22.

12 Antonello Trombadori, Arte contro la barbarie, “Rinascita”, I, n. 3, agosto-settembre 1944, s.p.

13 Valerio Occhetto, Quel 25 Aprile di quarant’anni fa, “Il Messaggero di S. Antonio da Padova,” Padova, aprile 1985, p. 38.

14 Enrico Crispolti, “Frammenti d’una ricerca sul Fronte Nuovo”, Il Fronte Nuovo delle Arti: Nascita di un Avanguardia, Neri Pozza Editore, Vicenza, 1997, p.14.

15 Achille Perilli, L’Age d’Or di Forma 1, Edizioni de Luca, Roma, 2000, p. 54.

16 Flaminio Gualdoni, Turcato, p. 69.

17 Nicoletta Misler, La via italiana, p.37, da Lettera di Perilli sulla ‘Fiera letteraria,’ Roma, 23 novembre 1946.

18 Benché i documenti riguardanti l’“oro di Mosca” non siano ancora stati resi pubblici e gli aiuti finanziari sovietici al PCI non ancora quantificati, è risaputo che, dopo la sconfitta elettorale del PCI, l’Unione Sovietica contribuì ad evitarne l’indebitamento. Cfr. Elena Aga-Rossi e Victor Zaslavsky, Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, Società editrice il Mulino, Bologna, 1997.

19 Palmiro Togliatti, Segnalazioni, “Rinascita,” a. V. n. 11, novembre 1948, p. 424, in Nello Ajello, Intellettuali e PCI. 1944-1958 (1979), Laterza, Bari 1997, p. 242.

20 Per una nostra ‘Segnalazione’, “Rinascita,” a. V. n. 11, dicembre 1948, pp. 469-70 in ibid., p. 243.

21 Intervista a Turcato in Nella scarpa dell’artista, Roma, 1981-82 in Turcato, cat. mostra Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma, 1986, p. 107.

22 Bruce B. Auster, Unmasking an Old Lie. A Korean War charge is exposed as a hoax, 8 novembre 1998 (http://www.usnews.com).

23 F. Gualdoni, Turcato, p. 74.

24 F. Gualdoni, Turcato, p. 76.

25 Turcato, cat. mostra Galleria Nazionale d’Arte Moderna, De Luca editore, Roma, p. 108.

26 Sul viaggio di Turcato in Cina, cfr. Vana Caruso (a cura di), Turcato e la Cina. Raccolta di temi e impressioni, La Nuova Foglio Editrice, Pollenza-Macerata 1971.

27 ibid., p. 43.

28 Stephen Gundle, Communism and Cultural Change in Post-War Italy, tesi di Dottorato inedita, Università di Cambridge, 1984, p. 151.

29 Maurizio Calabrese, Turcato ha detto no alle imposizioni del PCI, in “Il Secolo d’Italia,” Roma, 4 giugno 1966.

30 Turcato, cat. mostra, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, p. 112.

31 ‘Ancora una volta Fortunato Bellonzi ha commesso gli stessi errori di otto anni fa. Con la sua mentalità "gerarchica" non poteva essere che l'ordinatore di una pittura italiana inesistente.’ in M. Piazzolla, Tavolozza, in “Italia domani,” a. II, n. 44, Roma, 1 novembre 1959, p. 22.

32 Giulio Turcato, “Arte Oggi,” a. I., n. 1, Roma, 15 maggio 1959, pagine non numerate.

33 Giulio Carlo Argan, Continuità, mostra cat., Galleria Pagani del Grattacielo, Milano, 20 maggio – 10 giugno 1961, Maestri, Milano, 1961, pagine non numerate.

34 Dagli anni Sessanta in avanti il numero di queste mostre, sia personali sia collettive, cresce in maniera esponenziale, perciò mi limiterò a menzionare solo le più salienti.

35 Che fanno. Giulio Turcato e Piero Dorazio, “L’Europeo,” a. XVIII, n. 32, Milano, 12 agosto 1962, p. 76 cit. in Fabrizio D’Amico e Walter Guadagnini, Giulio Turcato, Palazzina dei Giardini, Modena, e Palazzo della Ragione, Mantova, Editore Publi Paolini, Mantova 28 febbraio – 3 maggio 1998, p. 130.
36 Fabio Desideri, 'Per Giulio Turcato New York va vista nella realtà e non nelle cartoline', in Il Progresso Italo Americano, New York, 27 August 1962 cit. in F. D'Amico, Giulio Turcato, 1998, pp. 130-131.

37 Conversazione dell’autrice con Ettore Caruso, gennaio 2013.

38 Intervista non datata a Turcato di Germano Lombardi.

39 Giulio Turcato,Le Libertà, cat. mostra Galleria Planetario e Castello di San Giusto, Trieste, giugno-luglio 1981, pagine non numerate, cit. in F. Gualdoni, Turcato, p. 108.

40 Palma Bucarelli, Turcato, Mostra Nazionale Premio Parigi 1951, cat. mostra., Cortina d’Ampezzo, 1951; Parigi 1951 – 52, Vallerini, Pisa – Roma 1951, p. 198.

41 Turcato, cat. mostra, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, p. 116.

42 Citato in Duccio Trombadori, ‘L’ultima volta che vidi Turcato’ citato in Silvia Pegoraro (a cura di) Giulio Turcato Libertà, catalogo di mostra, ed. Silvia Pegoraro, Terni CAOS, 17 ottobre 2010 – 30 gennaio 2011 (Silvana editoriale: Milano), p. 30.

43 The New York Times, 24 gennaio 1995.